Tiriamo le somme…

Il 2 novembre siamo saliti su un pullman diretto ad Huangshan, cittadina situata a circa 600 km da Shanghai in direzione sud-ovest, e assai frequentata da turisti cinesi. A poca distanza da Huangshan, si erge la celebre Montagna Gialla, uno dei cinque monti sacri della Cina e, a detta di molti, il più spettacolare.

Prima della partenza alla scoperta del monte divino, il 3 novembre, abbiamo raccolto numerose informazioni inerenti i vari trekking percorribili, il clima, i costi, la possibilità di campeggiare all’interno dell’area, la reperibilità di cibo e bevande. Casualmente, mentre passeggiavamo per la città, abbiamo notato l’insegna del “Koala Youth Hostel” e, da una porta a vetri, uno spazio comune piuttosto grande, con un biliardo, tavolini, divani comodi e sedie colorate. Insomma, un ostello giovanile e carino! Per tale ragione, abbiamo deciso che questo poteva essere il posto giusto per incontrare qualcuno in grado di comunicare con noi. E così è stato.

Pur non essendo clienti della struttura, la ragazza della reception si è mostrata assai disponibile, illustrandoci su una mappa tutta la zona d’interesse, evidenziando i punti migliori da cui fotografare all’alba e al tramonto, e non solo. In meno di un’ora abbiamo scoperto l’indispensabile, compresi il prezzo del biglietto d’ingresso e dei trasporti (tutt’altro che economici), i costi assai elevati delle vivande, ragion per cui risulta più conveniente portarle da “valle”, e la collocazione delle aree per le tende, seppur piccolissime ed esclusivamente su cemento…

Per cercare di “sdebitarci” a fronte di tanta gentilezza, abbiamo chiesto se fosse possibile cenare all’ostello; pur non avendo un vero ristorante interno, la sera ci siamo ritrovati a tavola con il proprietario Huangzhen, appena ventiseienne, e Zhezhe, un giovane assai timido quanto cordiale. Insieme abbiamo banchettato allegramente e brindato ad ogni sorsata di birra, un’abitudine tanto strana quanto divertente.

La mattina del 4 novembre, di buon’ora, un piccolo autobus ci ha scaricati davanti all’ingresso est della Montagna Gialla. Abbiamo scelto tale via in quanto, pur essendo piuttosto impegnativa (circa 3 ore di cammino e 850 m di dislivello, con una miriade di scalini da salire), è comunque preferibile a quella ovest, molto più lunga e ripida. Entrambi i percorsi consentono l’accesso alla vetta (in alternativa, esistono due cabinovie; quella del lato est copre l’intera distanza e consente dunque di evitare ogni sforzo) .

Noi, in cima, ci siamo arrivati con fatica, soprattutto per il gran caldo. I turisti cinesi erano tantissimi, fin dalle prime luci del giorno, ed era curioso vedere come vecchi, giovani, bambini e genitori affrontassero la scalata con abiti tutt’altro che sportivi: jeans, vestitini, gonne e scarpette da passeggio; alcuni uomini addirittura in giacca e cravatta.

Una volta arrivati al “Picco dell’Oca Bianca”, durante la giornata, ci siamo spostati attraverso una zona piuttosto estesa, all’interno della quale sono comprese numerose cime, rocce dai nomi e dalle forme bizzarre (come “la Scimmia che osserva il mare” o “i due Immortali che giocano a scacchi”), circuiti ad anello che danno accesso a piccole terrazze a strapiombo e ponticelli, e pini dai nomi importanti, quali “il pino della Tigre Nera” e “il pino Zampa di Drago”. La natura è meravigliosa. Gli oltre 400 punti panoramici regalano differenti quanto straordinarie vedute sui pinnacoli che, non raramente, sono abbracciati dalle nuvole. Nelle giornate di sole, invece, il mare di nuvole si scorge in lontananza; questo strato piuttosto denso nasconde il paesaggio “a valle” ed illude l’osservatore, poiché dai vari picchi pare di osservare la linea del mare all’orizzonte. Uno scenario straordinario, soprattutto all’alba e al tramonto, che di per sé basterebbe a giustificare la sacralità del luogo.

La “Montagna Gialla” è stata così rinominata nel lontano 747 d.C., in onore del leggendario Huang Di (che significa letteralmente “giallo imperatore”), considerato il primo antenato del popolo cinese e l‘inventore di magiche pillole dell’immortalità. Nel tempo, seguendo le sue orme, i monaci buddhisti chan e numerosi artisti si sono rifugiati qui per godere della pace del luogo e per trarre ispirazione da tanta bellezza.

L’atmosfera non è più quella di un tempo, ed è ovvio che sia così; nonostante ciò, forse qualcosa in più poteva essere fatto per evitare l’eccessivo “sfruttamento turistico”. Gli hotel “di lusso” costruiti in cima sono l’esempio di una tendenza cinese, forse talvolta esagerata, a trasformare tutto in business; ogni edificio storico, tempio, villaggio, monte può essere fonte di guadagno per lo Stato e dunque poco importa se l’albergo “stona” a livello paesaggistico: il business viene prima di tutto. Per le camere si possono pagare anche 1250€ a notte, partendo da un minimo di 40 per un letto in dormitorio! Poco importa se bisogna costruire funivie e ovovie per trasferire le persone in vetta, distruggendo l’ambiente. Salvo poi riservarle ai soli turisti paganti, mentre i poveri venditori che riforniscono gli hotel sono costretti ad inerpicarsi sui ripidi sentieri trasportando a spalle i loro pesanti carichi (fino a 70 kg di merci). Questo lo dobbiamo dire, non ci è piaciuto.

Il 5 novembre abbiamo affrontato l’ardua discesa dal lato ovest, ammirando i maestosi “picco del Loto” e “picco della Capitale Celeste” dal sentiero più basso. Tre ore di “sali e scendi” in ripidi e stretti passaggi, invasi da una quantità esagerata di persone sopraggiunte per il week end. Nel tardo pomeriggio siamo rientrati nella città di Huangshan, con i polpacci duri e doloranti, ma con bellissime immagini catturate negli occhi e nella mente.

Il 6 novembre, ci siamo finalmente concessi un po’ di relax tra le stradine dell’antico antico villaggio Hui (minoranza etnica cinese) di Hongcun, immersi in un’atmosfera di grande pace e tranquillità. Molti giovani studenti d’arte affollavano le viuzze, il lungolago e gli angoli più nascosti del paesello, intenti a disegnare particolari architettonici e naturalistici. La loro presenza e la loro arte “vera” contribuivano a conferire al luogo un’atmosfera alquanto magica. Nel pomeriggio, abbiamo assistito al passaggio di un corteo funebre, accompagnato dal fragore di botti che rendevano omaggio alla defunta.

Il ritorno dal villaggio di Hongcun alla città di Huangshan ci ha regalato un po’ di sana avventura. Avendo perso l’ultimo autobus, abbiamo deciso di provare a tornare in autostop. Dopo aver incontrato quasi una decina di persone pronte a chiedere cifre folli in cambio di un passaggio, la fortuna ha fatto sí che una giovane ragazza di nome Sisi, di rientro a casa dal lavoro, si fermasse in nostro aiuto. Sisi, tramite una sorta di “bla bla car” cinese, ha contattato un uomo che, per meno di 10€, si è dimostrato ben felice di darci uno “strappo” in città. In occasione dell’ultima serata ad Huangshan, abbiamo pernottato al “Koala”, ritrovando Huangzhen e Zhezhe per una cena a base di barbecue cinese.

Il 7 novembre Xi’amen ci ha accolti calorosamente, sia per le temperature piuttosto elevate, sia per l’incontro con Adriano, nato a Carmagnola, ma vagamondo di professione. Benché Xi’amen fosse una tappa quasi obbligata dell’itinerario, poiché funzionale in virtù della nostra imminente uscita dal Paese, la possibilità di trascorrere del tempo con Adriano e con la sua famiglia è stata un invitante richiamo per noi. Avevamo conosciuto questo grande omone solamente quest’estate, nelle nostre terre saluzzesi, in occasione della consueta vacanza che ogni anno egli si concede in Italia, non solo per visitare il Bel Paese, ma soprattutto per ritrovare la famiglia nel torinese. Adriano “ha spiccato il volo” da ormai quasi 40 anni; America e Cina sono i Paesi dove ha soggiornato più a lungo. Molti di più quelli che ha attraversato temporaneamente o che ha visitato da turista, spesso in compagnia della sua fedele bicicletta.

A Xi’amen si era recato quasi 17 anni fa per studiare agopuntura e qui è rimasto dopo l’incontro con la moglie Giulia e la nascita di Dino e Maria Dina. Egli ha vissuto in diretta l’evoluzione della città cinese che lo ha adottato. Ha visto la crescita imponente dei suoi abitanti, da 700.000 a circa 6 milioni, giunti dalle campagne dopo anni di proibizionismo imposto dal governo comunista; è stato testimone dell’invasione delle macchine e poi dei motorini e delle bici elettriche; ha osservato l’ ”inglobamento” delle antiche case in stile portoghese nello scenario di una città super moderna, ormai piena di palazzi dei quali, talvolta, è difficile dire quale sia l’esatto numero dei piani. Adriano è un allenatore e un arbitro di calcio; lavora nelle scuole e presso i centri sportivi, organizzando corsi per ragazzi, ma anche tornei per adulti. La passione, la vivacità e la sua loquacità gli hanno fatto guadagnare il nome cinese “Kauai Le”, che in inglese si traduce con “Happy”. I suoi allievi cinesi non apprendono da lui solo l’arte del pallone, ma anche il vero spirito dello sport di squadra; imparano ad essere più “aperti”. Se la cultura cinese da un lato insegna grande disciplina, e questa è cosa buona, dall’altro contribuisce allo sviluppo di una certa “chiusura”, di una tendenza a “tenere tutto dentro”, di una timidezza piuttosto diffusa. Per comprendere meglio questa difficoltà “culturale”, insieme ad Adriano, abbiamo partecipato ad un’interessante serata: alcuni ragazzi, coordinati da un coach, recitavano pezzi inventati da loro stessi in lingua inglese, di fronte ad una platea. Tutto ciò al fine di conquistare maggiore sicurezza nella comunicazione in pubblico. La nostra presenza ha suscitato grande curiosità ed entusiasmo. Alcuni di loro si sono fatti avanti per fare la nostra conoscenza e scambiare qualche parola, tra un po’ di incertezza e la voce “rotta” dal balbettio. Per noi è stato emozionante, un’esperienza unica che porteremo con noi.

E così ci avviamo al termine di questi 30 giorni in Cina. Nel prossimo post racconteremo i nostri spostamenti futuri e alcune decisioni difficili che abbiamo preso per giungere alla definizione dell’itinerario. È stato un mese inteso: lunghi spostamenti, moltissimo da vedere, incontri con persone che ci hanno accolto con cordialità. Il bagaglio è bello pieno.

Abbiamo imparato che il più delle volte è sufficiente un sorriso o un semplice “hello” per riceverne uno in cambio. I cinesi spesso hanno bisogno di qualcuno che “rompa il ghiaccio”, che faccia il primo passo. La loro durezza è apparente.

In Cina bisogna mantenere la calma; a volte è capitato anche a noi di perderla, non lo nascondiamo. Il traffico è caotico e rumoroso, i colpi al clacson continui e talvolta assordanti; questo è il loro modo di farsi valere nella “giungla” della strada, in un Paese che conta quasi 1.400.000.000 di abitanti. Detto questo, non vedrete scene di litigi e insulti come spesso succede da noi; il clacson si suona, ma la cosa non ha seguito, nessuno si arrabbia. Questo è il Paese del mercato del pesce fresco…dove potrete trovare anche serpenti, tartarughe e coccodrilli vivi, pronti per essere scuoiati. Questo è il Paese dello “sputo continuo”, dei soldi finti e degli oggetti di vita quotidiana acquistati e poi bruciati affinché i defunti li possano utilizzare nella vita oltre la morte. Questo è il Paese dell’inglese parlato con il traduttore dell’iPhone, oppure scritto, in quanto lo studio meticoloso e mnemonico ha garantito loro una scarsa competenza orale. Questo è il Paese dove tutto si paga, dei vestiti e degli abbinamenti bizzarri, ma anche di capi di vero design; è il Paese del thè, dei motorini e delle bici elettriche, dell’esercizio fisico, della disciplina, insegnata fin dall’infanzia con allenamenti durissimi, del cibo di strada e dei balli di gruppo, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo. Questa è la Cina.

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