Sri Lanka…una forza della natura!!

Gli ultimi giorni d’India li avevamo trascorsi nella cittadina di Kochi, nel Kerala, alla ricerca di una barca che ci portasse lontano dal Paese, in direzione est. Avendo verificato l’inesistenza di trasporti turistici autorizzati, telefonicamente, avevamo avuto l’“ok” della Marina locale a richiedere un eventuale passaggio ai proprietari di imbarcazioni private. 

“Se trovate qualcuno disposto a portarvi con sé, dovrete semplicemente recarvi presso il nostro ufficio per ottenere il timbro d’uscita dallo Stato indiano”.

Nessuna illegalità sarebbe stata commessa dunque, a dispetto dei tanti avvertimenti ricevuti nei mesi scorsi.

 Ma la fortuna non era dalla nostra.

Premesso che i privati erano ancorati a Bolgatty Island e non a Wllingdon, com’era stato scritto da qualcuno, l’unica vela prossima alla partenza era diretta altrove, in Sudafrica. Nonostante l’iniziale resistenza a fronte dell’idea di salire nuovamente su un aereo, il desiderio di rimanere in Asia era troppo forte per metterlo a tacere.

Così abbiamo semplicemente deciso di seguirlo, comprando un biglietto con destinazione Colombo. Ancora via cielo, ancora una volta abbiamo deciso che i nostri piedi si sarebbero sollevati da terra per permetterci di raggiungere una nuova destinazione.

Lo Sri Lanka è un piccolo “puntino”, un’isoletta situata a soli 35 km dalla costa sud-orientale dell’India. La sua storia recente parla di sangue e violenza, di una guerra che, per oltre un ventennio, l’ha tenuta lontana dalle rotte turistiche internazionali. Fino al 2009, al nord, gli scontri tra lo Stato e le Tigri Tamil erano “roba da tutti i giorni”, con casi di attentati e rapimenti nemmeno troppo sporadici. Oltre alle vittime decedute sotto il fuoco delle armi, questo conflitto si è macchiato ulteriormente d’orrore con il dramma dei bambini-soldato. Un altissimo numero di minori strappati alle famiglie ed addestrati all’arte dell’odio, arruolati tra le fila dei combattenti adulti.

Gli adulti… gli stessi che dovrebbero avere cura di loro, anziché mandarli a morire. Adulti come quelli che, al termine della guerra, hanno portato i piccoli superstiti nei “campi di rieducazione”. Ma è davvero possibile “ri-educare” una mente umana che ha vissuto simili atrocità? Difficile da credere.

Le principali guide turistiche, oggi, rammentano di prestare attenzione agli evidenti segni di quel terribile passato, soprattutto nella penisola di Jaffna: edifici semidistrutti che versano in stato di abbandono, avvertimenti diffusi che consigliano di non lasciare per nessuna ragione le rotte battute, a causa del rischio di mine inesplose. Basi dell’Esercito e della Marina disseminate ovunque, tanto che in alcuni casi è obbligatorio invertire la rotta e tornare indietro per raggiungere la propria meta, poiché interi tratti di strada sono chiusi al traffico dei civili.

Sì, quei segni ci sono. Forse sono gli stessi che, per il momento, tengono lontane le folle di stranieri dall’estremo nord.

Ma questa non è la sede dove approfondire la storia. Se volete, noi ve lo consigliamo, potrete farlo qui:

Sri Lanka: le conseguenze della guerra etnica

La NOSTRA storia non parla di violenza, né di paura come si potrebbe pensare dopo aver letto le righe poco sopra. Tutt’altro.

Parla di accoglienza e sorpresa, di emozioni e di grandi sorrisi, ricevuti da tutti coloro cui abbiamo raccontato di essere a zonzo per l’isola con un minivan. Sorrisi che si sono allargati ancor di più quando mostravamo il materasso matrimoniale piazzato nel retro e la zanzariera gigante, adibita a ricoprire l’intero mezzo durante la notte. Gli srilankesi erano meravigliati dalla nostra stravagante idea di viaggio. Qualcuno era addirittura preoccupato.

La NOSTRA storia parla dei militari di Mannar e delle guardie notturne di Kalpitiya, che ci hanno invitati a dormire nelle vicinanze di una base militare e di una scuola di kite surf, affinché non “campeggiassimo” nel bel mezzo del nulla. Ci hanno pensato loro a vegliare su di noi con le luci delle torce e dei fari. Qui si racconta di uomini che hanno aperto le porte delle loro guesthouse per offrire gratuitamente un posto tenda nel giardino o un parcheggio sicuro per la notte. C’è chi ha messo a disposizione la sua spartana quanto avventurosa casa sull’albero per permetterci di riposare, chi addirittura ha cucinato il tipico “rice and curry”, affinché lo gustassimo non come clienti paganti, ma come famigliari invitati a cena.

É una storia di bellissimi incontri, di persone accoglienti e curiose, divertenti e divertite dallo scambio di poche parole e di tante “selfie”.

L’idea di affittare un mezzo si è rivelata vincente sotto più punti di vista; non solo abbiamo sperimentato un nuovo stile di viaggio, ma soprattutto abbiamo guadagnato una libertà che con i mezzi pubblici non avremmo potuto avere. La libertà che, in più di un’occasione, ci ha permesso di arrivare in un luogo e poi decidere di abbandonarlo nel giro di dieci, venti minuti, oppure mezza giornata. Nessuna prenotazione, nessun itinerario da rispettare. Se poi capita di trovare una camera a 6 dollari, con tanto di fornello per cucinare una pasta o un piatto di verdure, ben venga. Tanto più se poi quello “stop” ti regala la piacevole compagnia di una coppia, per metà srilankese e per l’altra olandese.

Treni ed autobus sono super economici a confronto, ma non saremmo qui a scrivere queste parole se non avessimo agito come abbiamo fatto. Non potremmo raccontare dell’uomo del chiosco dei succhi di frutta che, con un accenno d’inglese, ci ha mostrato il bagno di casa. “Free free” ha detto, indicando anche il sapone. Era preoccupato di saperci con due taniche d’acqua da 5 litri ciascuna, nascosti chissà dove, per una “doccia in natura”.Non potremmo dire nulla nemmeno della signora di Nuwara Eliya. A lei una doccia calda l’abbiamo “scroccata” per davvero: era un giorno di temporale e lavarsi all’aperto non era di certo l’idea migliore. Non solo ci ha fatti accomodare, acconsentendo alla nostra strana richiesta, ma ne ha approfittato per preparare una tazza di tè e raccontare un po’ dei suoi figli.

Forse non avremmo potuto scrivere di aver visto elefanti camminare lungo la carreggiata nelle ore del tramonto, tartarughe di terra impegnate in passeggiate pomeridiane o granchi correre sull’asfalto durante le ore più buie. E poi i mille e mila uccelli avvistati, di ogni dimensione e colore; i pavoni, uno su ogni albero, dietro ad ogni angolo, le lontre, i bufali e le iguane. Senza il nostro furgoncino non avremmo potuto attraversare l’area del Willipattu National Park, fermarci per una sosta e scoprire che, dentro ad una pozza, nuotavano circa una decina di alligatori.

Lo Sri Lanka è una forza della natura!

Dopo 25 giorni, la strada ci ha riportati lì dove tutto era iniziato, a Negombo, una cittadina a circa 40 km dalla capitale. 25 giorni e 2400 km di pura incertezza, di allegria, di risvegli sudati alle 6 della mattina, quando il caldo già ti fa sclerare; di snorkeling tra gli squali a Trincomalee,

di tuk tuk adibiti a panetterie ambulanti, di poliziotti che si scusano per averti fermato, di testuggini giganti fotografate a riva. Di inviti a cerimonie conquistati con il solo “merito” di essere italiani; il festeggiato in questione era un neonato e la festa quella del suo Battesimo: lui non poteva scegliere se invitarci o meno, ma il padre, espatriato per 15 anni a Firenze, l’ha fatto per lui. Giorni da principianti del surf nella “patria dell’infradito” e della cucina tutta “carbo” e poca verdura. Casomai te la mostro al mercato, ma al ristorante no… non te la cucino proprio!

Una strada disseminata di meraviglie, paesaggistiche ed umane, che lentamente si sono guadagnate le prime pagine dell’album dei ricordi più belli vissuti fino ad oggi.

 

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