Natale in India | Christmas in India

Non si tratta dell’italianissimo “cinepanettone”, già uscito alcuni anni fa in occasione delle festività natalizie. E cosa più importante non si tratta delle avventure di Boldi, De Sica & co., che in realtà, a nostro modesto parere, non fanno pensare nemmeno lontanamente a quel che si incontra per le strade, sui treni o nei mercati di questo Paese dell’Asia. Vogliamo raccontare semplicemente il nostro Natale, molto diverso dai soliti… i giorni che l’hanno preceduto, ovvero la nostra “Novena”, se è lecito chiamarla così, e poi quelli che sono venuti dopo.

Un mese è passato dal nostro arrivo in India e da allora, eccezion fatta per Gorakhpur, siamo tornati in alcune cittadine che già avevamo avuto modo di visitare due anni fa, accompagnati da un bellissimo gruppo di “Viaggi Avventure nel Mondo”. All’epoca io (Giulia) non ero pronta per affrontare tre settimane in Asia, in coppia. Così chiesi a Stefano se fosse disposto a farlo con un gruppo di perfetti sconosciuti, provenienti da tutta Italia. Chi l’avrebbe mai detto che saremmo partiti per ben 12 mesi solo io e lui ?? Strana la vita.

CALCUTTA, dal 15 al 19 dicembre

Come avevamo anticipato nell’ultimo post, il 15 dicembre eravamo a Calcutta, giusto il tempo di guardarci attorno, far togliere i punti dalla mia mano destra all’Apollo Gleneagles Hospitals, ed il 16 è arrivata la mia sorellina Eleonora dall’Italia (di anni ormai ne ha già 21, ma a me piace così tanto chiamarla sorellina…). Sembravano passate poche settimane dal nostro ultimo saluto a Milano ed in un lampo l’abbiamo vista comparire magicamente dietro i vetri delle porte dell’aeroporto. In quel momento, quasi non pareva vero di averla di fronte noi.

Calcutta ci ha regalato giorni trascorsi tra mercati, strette vie rumorose e caotiche, contrastanti con l’immenso silenzio trovato tra le mura della Casa di Madre Teresa; preghiere musulmane cantate alle ore più improbabili della notte, ma anche la pace del quartiere dove si trovano i realizzatori di sculture in polistirolo e terracotta. Per la nostra giovane compagna di viaggio è stato il momento dell’impatto con la sporcizia, il traffico allucinante e assordante (gli indiani pare abbiano una particolare predisposizione all’utilizzo del clacson), le famiglie di strada, i cani randagi malaticci che si aggirano ovunque. Queste immagini sono state “parzialmente alleviate” dalla cordialità dei venditori, dall’ottimo cibo, dai sorrisi dei bambini e dei ragazzi, come quelli che ci hanno invitati ad assistere ad un torneo di calcio di quartiere, direttamente da un piccolo “palco d’onore”; dalla compagnia dei tedeschi Hana e Andy, conosciuti due mesi addietro sulla transmongolica, e dalle visite ai primi siti culturalmente interessanti. Insomma, un primo approccio tutto sommato positivo. Ma qui non vogliamo fare un mesto elenco di ciò che abbiamo visto, saranno gli album fotografici ad adempiere a tale compito. Il blog è il posto dove amiamo raccontare le nostre storie, poiché i luoghi rimangono immutati, sono i vissuti personali a determinare le esperienze. In queste settimane, ogni città ci ha regalato emozioni ed avventure differenti; anche se non sempre positive (o forse sì ?). Ed è di questo che vogliamo parlare.

Dov’eravamo rimasti… ?

BODH GAYA, dal 20 al 23 dicembre

Da Calcutta, abbiamo deciso di spostarci a Bodh Gaya, cittadina del Bihar nota in quanto qui, sotto un albero di fico sacro, Siddhartha Gautama raggiunse l’Illuminazione diventando “il BUDDHA”. Per arrivare alla meta, abbiamo viaggiato in “sleeper class”, ovvero la classe più economica disponibile sui treni indiani (in questo periodo, al nord, possiamo dire che sono anche i vagoni più freddi). Noi avevamo già esperienza in tale “campo”; Eleonora, al suo “debutto”, ha dimostrato un ottimo spirito di adattamento, non solo alle condizioni igieniche discutibili, ma anche agli innumerevoli minuti (per non dire ore) di ritardo.

Bod Ghaya si è rivelata affascinante come la ricordavamo, forse ancora di più per l’elevata concentrazione di tibetani e di monaci buddisti arrivati da tutto il mondo in vista del “Kalachakra, celebre festa religiosa durante la quale assistere a preghiere, momenti di meditazione, ma soprattutto dove poter udire le parole e gli insegnamenti del Dalai Lama, da lui stesso in persona! Tutto subito, a fronte di quella che ci è parsa un’imperdibile occasione, io e Stefano abbiamo deciso di procedere con la registrazione gratuita e il ritiro del “pass”, in qualità di ospiti stranieri. Secondo i nostri piani, avremmo potuto tranquillamente portare a termine l’itinerario con Eleonora fino a Delhi, ultima tappa del  suo soggiorno, e successivamente, i primi di gennaio, tornare a Bod Ghaya per prendere parte all’evento. Sono bastati pochi giorni per abbandonare gradualmente l’idea…

Dapprima i locali ci hanno informato che, nelle settimane del “Kalachakra”, i prezzi delle accomodation sarebbero triplicati; come unica alternativa, ci sarebbe stata la  possibilità di alloggiare in tende comuni insieme ai tibetani. Un’idea ottima per noi, un’esperienza da non credere… Non fosse stato per le temperature piuttosto fredde della stagione. Ma il fattore climatico non ha determinato la nostra scelta.

Già due anni fa eravamo entrati in contatto con l’estrema povertà della zona, con le innumerevoli persone, adulti, vecchi e bambini, che quotidianamente si trascinano sull’asfalto polveroso chiedendo soldi, con i gruppi musicali improvvisati di disabili, molto spesso appositamente “sistemati” in determinati punti della città per raccogliere poche monete. Conoscevamo la situazione, ma ci è sembrato tutto “raddoppiato”, se non ”triplicato”. Troppo difficile camminare ed imbattersi in quell’enorme quantità di povera gente; ci siamo sentiti smarriti, a tratti impotenti e disperati. Troppo difficile osservare tutti quei monaci “tirati a lucido”, con le loro belle teste rasate e le stoffe lucenti degli abiti, camminare quasi impassibili. Ho pianto. Mi sono commossa quando ho visto mia sorella donare la sua bella pashmina nera ad una bambina mezza nuda che batteva i denti. Nei suoi occhi ho letto lo stesso sentimento.

A poca distanza dal centro, nei pressi delle caverne di Mahakala, abbiamo trovato tantissimi venditori di biscotti che ci invitavano a comprare interi scatoloni di dolci da distribuire ai disperati disposti tristemente in fila, lungo la salita al luogo sacro. Di fronte alla nostra indignazione, questi mercanti senza scrupoli proponevano come possibili clienti le grandi scimmie dal muso nero, ghiotte di questo cibo a basso costo, almeno quanto i bambini. Inutile spiegare come ci siamo sentiti… Abbiamo pensato che con l’arrivo del Dalai Lama la situazione, probabilmente, sarebbe ulteriormente peggiorata; molti più poveri, ma anche molti più ricchi, disposti a pagare cifre folli per alloggiare in città. É “bastato” questo per farci decidere che non saremmo tornati a Bod Ghaya.

Con il cuore triste e pesante, ci siamo dunque spostati a Varanasi.

VARANASI, dal 24 al 26 dicembre

Dalla nostra prima visita a questa città dalla magica sacralità, innumerevoli volte abbiamo sognato il nostro ritorno. Varanasi è sinonimo di ghat (le scalinate che scendono al fiume), corpi bruciati, odore penetrante, di cadavere e di pattume, ma anche profumo d’incenso, botteghe con gioielli ed abiti meravigliosi; Varanasi è il Gange con la sua “puja” (la preghiera induista celebrata lungo i ghat principali), stretti vicoli in cui si aggirano enormi vacche, che si recano presso abitazioni private per ricevere il loro pasto quotidiano, è il quartiere musulmano con le sue fabbrichette tessili. Una città che in tutti i viaggiatori lascia il segno. Varanasi è stata, quest’anno, il nostro Natale.

Dalla terrazza del Bunkedup Hostel, situato in un edificio vecchio di 500 anni, abbiamo goduto non tanto del panorama, nascosto dalla foschia, quanto dell’atmosfera incredibilmente pacifica di questa città, della quiete emanata dalle acque del Gange. La mattina del 25, alle 05.30 circa, abbiamo assistito ad una “puja” poco frequentata per via della fitta nebbia, ma non per questo meno bella. Ho apprezzato, come forse non facevo da anni, il piacere sincero di avere una persona della mia famiglia accanto. Ho sentito la mancanza di quello che significa per me Natale: casa, persone, calore, amicizia.

KHAJURAHO, dal 27 al 28 dicembre

Khajuraho, oltre ai celebri templi del Kamasutra, ci ha mostrato una faccia dell’India che non avremmo mai voluto incontrare. Nel corso dello spostamento notturno su rotaia da Varanasi, un anonimo ha pensato bene di impossessarsi illegalmente di una delle nostre due fotocamere, la stessa che nell’ultimo periodo non avevo avuto modo di utilizzare di frequente per via del problema alla mano. La mattina del 27 dicembre, il nostro è stato un triste risveglio, ma… c’è sempre un “ma”. Non sempre, spesso. O meglio, dipende se lo si vuole trovare.

Già, perché nonostante il “fattaccio”, girovagando per la zona dei templi, abbiamo conosciuto dei giovani ragazzi che hanno fatto tutto il possibile per aiutarci: non volevano in alcun modo che conservassimo un brutto ricordo della loro cittadina. Due amici con la moto si sono offerti di riaccompagnare Stefano in stazione per sporgere denuncia e chiedere eventuali informazioni alla gente del posto. E come se non bastasse, quando hanno constatato che non ci sarebbe stato modo di ritrovare l’oggetto, hanno insistito affinché Stefano consultasse il “saggio”, un sadu di 120 anni che, nel latte di una noce di cocco, avrebbe letto il nome dell’ignobile furfante. Sembra una storia inventata, ma non lo è. Ancora oggi mi chiedo perché Stefano non abbia voluto ascoltarli!! Io ci avrei almeno provato… no?

Tutto ciò accadeva mentre altri due, poco più che bambini, si prodigavano per ricondurre me e mia sorella all’ostello, non prima di una breve visita al loro piccolo, antico villaggio. Hanno avuto grande cura di noi, spiegandoci la suddivisione dell’abitato in 4 zone, in base alle 4 caste, senza dimenticare di farci vedere la loro scuola, sostenuta dai fondi raccolti da un’associazione olandese (www.kashimandir.org).

Loro sono stati il nostro “ma”, il motivo per il quale non ci siamo arrabbiati e non abbiamo inveito contro il popolo indiano, classificandolo come “ladro”. Tutto il mondo è paese, poteva succedere anche altrove; chi lo sa se altrove avremmo incontrato questi giovani così gentili. Khajuraho è stata dunque croce e delizia, disperazione prima e speranza poi. Speranza che persone disponibili e di cuore si possano trovare ovunque.

AGRA, dal 28 (sera) al 29 dicembre

Il tempo ad Agra è stato davvero fugace. Giusto una sbirciatina all’Agra Fort e al famoso Taj Mahal, affollatissimo in questa stagione, ed è arrivato il momento di ripartire.

Tempo fugace, ma non troppo…

Ad Agra abbiamo trovato una famiglia di viaggiatori italiani (finalmente!!) di Taranto, con cui abbiamo chiacchierato piacevolmente. Interessante lo scambio soprattutto per noi, dato che Rita e Mario, genitori di Fausto, sono degli “abitué” dell’India. Giunti al loro 14esimo viaggio in questa terra, nessuno meglio di loro poteva raccontarci quanto e come sia cambiata nel corso del tempo.

Sempre qui, in un piccolissimo locale a conduzione famigliare aperto da pochi giorni, abbiamo avuto il piacere di cenare nuovamente con Gianluca Maffeis, alias “Operazione Giro del Mondo”. Avevamo conosciuto questo ventiseienne bergamasco, partito da 296 giorni con l’intenzione di girare l’intero globo senza aerei in 1000, a Kathmandu; in India, le nostre rotte si sono nuovamente incrociate. L’itinerario futuro prevede mete comuni e dunque ci siamo ritrovati a disquisire di visti, permessi, confini, itinerari e mezzi di trasporto. Chissà se il destino ci vorrà ancora insieme.

DELHI, dal 30 dicembre al 2 gennaio

Come da programma, il 30 dicembre siamo giunti a Delhi, ultima tappa del nostro mini-tour in compagnia di Eleonora. É stato bello avere con noi “un po’ di famiglia”, qualcuno con cui condividere incontri, venture e sventure di una parte del viaggio. Come avevo scritto nel post del day, quello che quasi quotidianamente pubblichiamo su Instagram e Facebook, sono felice che la nostra “reunion” sia avvenuta in India, in una terra stupenda, cordiale e colorata, ma talvolta anche trafficata, sporca, un pochino arrogante e, per certi versi, difficile da comprendere. Siamo felici di aver condiviso tutto ciò con una persona a noi così cara, felici che sia stata testimone di quei magici incontri dei quali talvolta è difficile parlare, poichè paiono frutto dell’immaginazione.

Incontri come quello avvenuto al Main Bazar di Delhi dove, sulla nostra via, è capitato un signore, un timido vecchietto con un dolce sorriso. Ci ha “abbordati” con semplici parole e in un niente ci siamo fatti convincere a seguirlo per bere una tazza di thè (il tanto famoso e delizioso “chai” indiano). Guardandoci dritto negli occhi, Baldev, questo il suo nome, ha parlato della sua terra, il Bhutan, dove la felicità e il sorriso hanno un’importanza che non è solo retorica; la “felicità interna lorda”, detta FIL, rappresenta un parametro reale di riferimento nel calcolo del benessere della popolazione del Paese. Baldev ha proseguito raccontando della sua religione, quella buddhista, e della sua filosofia di vita, basata sull’amore piuttosto che sul possesso. A tal proposito, non ha nascosto la sua indignazione per il mondo circostante, con il quale spesso e volentieri si trova in evidente disaccordo. Attraverso il potere della meditazione con il mantra (formula ripetuta molte volte come pratica meditativa), a ciascuno di noi ha raccontato qualcosa riguardante la vita passata o attuale, lasciandoci letteralmente sbalorditi.

L’India è anche questo, imbattersi casualmente ed inaspettatamente in persone davvero uniche.

Alla fine dei conti è stato tutto bello, divertente, ma soprattutto veloce. Salutare mia sorella non è stato facile, mi sentivo molto legata a lei prima della partenza; ora, dopo quest’esperienza insieme, ho idea che il nostro rapporto sia ancora più forte. Nuove avventure fuori dall’Italia la attendono per via dei suoi studi, le stesse che attendono noi, giusto qualche fuso orario più a oriente. Mentre la salutavo , le ho ricordato proprio questo.

Sarà sicuramente felice e come mi diceva un’Amica, poco prima della mia partenza… Cara Elly… “saperti felice, mi renderà felice”. A presto.

INFO UTILI !!!

Come abbiamo detto, stiamo facendo non poca pratica con i treni indiani, dunque siamo ormai dei SUPER esperti in materia. Ovviamente non è vero, ma qualcosa abbiamo scoperto e quindi ci pare ovvio condividerlo a beneficio di tutta la comunità. Soprattutto perchè le informazioni non sono così facili da reperire sul web.

Per prenotare i treni in India, non è necessario che vi rechiate presso le agenize turistiche, dove dovrete strapagare i biglietti. Va beh, intendiamoci… magari al posto di 2 li paghereste 6/7 euro, ma se avete intenzione di viaggiare per un po’, potreste salvare soldi. I tickets sono FACILMENTE acquistabili presso le stazioni ferroviarie, agli sportelli dedicati appositamente ai turisti stranieri, senza avere la preoccupazione di programmare con troppo anticipo gli spostamenti. In alternativa, se avete una SIM indiana (ed è davvero conveniente!!), potrete “fare spese” tramite l’applicazione “CLEARTRIP”, ma solo dopo aver effettuato la registrazione al sito ufficiale delle ferrovie indiane: www.irctc.co.in .

Quando accederete a “CLEARTRIP”, vi saranno richiesti i dati del LOGIN a Irctc, in modo tale che si verifichi una sorta di sincronizzazione tra i due. Dopodiché, sarete liberi di comprare fino a un massimo di 6 biglietti al mese, per ogni destinazione all’interno del Paese (per MESE s’intende il mese solare, non “30 giorni dal primo acquisto”) .

Su “CLEARTRIP”, così come su “NTES” (National Train Enquiry System), potrete sempre verificare lo stato del vostro treno: “in partenza”, “in corsa”, “in ritardo” (con i minuti di ritardo accumulati e l’orario d’arrivo previsto nella stazione in cui vi trovate) oppure “cancellato”. Questa è una possibilità grandiosa, soprattutto in stagioni di nebbia come questa, poiché di frequente i treni viaggiano con notevole ritardo (lasciatevelo dire da noi, che a Varanasi, a metà dicembre, abbiamo raggiunto il ritardo record di 30 ore!!!).

Christmas in India

We’re not talking about the super Italian “cinepanettone”, which was out in the cinemas some years ago for Christmas holidays. And more important thing, we’re not talking about Boldi and De Sica’s adventures, which actually, in our humble opinion, are not even close to what you find in the streets, on trains or in the bazaars of this Asian Country. We simply want to tell you our Christmas, very different from the usual ones, the previous days, that is to say our Novena, if it’s licit to call it like this, and also the days after.

A month has gone since we arrived to India and since then, apart from Gorakhpur, we came back to some cities that we had already visited two years ago with an amazing group of people of “Trips and Adventures around the World”. At that time, I(Giulia) wasn’t ready to face three weeks in Asia in two. So, I had asked Stefano if he agreed to leave with a group of complete strangers from all over Italy. Who’d have thought that we will have been able to leave for twelve months together, only Stefano and I??Life’s a funny thing.

CALCUTTA, from December 15th to 19th

Just like we had revealed you in the last post, on December 15th we were in Kolkata and we had just the time to look around, go to the Apollo Gleneagles Hospitals to have the stitches removed from my right hand and then, on 16th, my little sister arrived (she is already 21 years old, but I love so much to call her little sister!) It seemed to me that only few weeks had passed since our last goodbye in Milan and then, in a flash, we saw her magically appearing behind the windows of Kolkata airport. In that moment, it didn’t seem real to see her in front of us. Kolkata gave us days in its bazaars, in its narrow noisy chaotic streets, which were in contrast with the tranquility found in Mother Teresa’s house; in this city we heard Muslim prayers at the most unlikely hours in the night, but also did we found the peaceful quarter were great sculptures made by polystyrene and terracotta are created. For our young traveling companion, this was the moment when she met the dirtiness, the unreal and deafening traffic (it seems like Indian people have a particular predisposition for the usage of the horn), the poor families in the street, the ailing stray dogs that walk around. However, those situations were “partly alleviated” by the friendliness of the sellers, by the smile of the children and young boys, like the ones who invited us to watch a football match of their quarter on a “honor stage”; by Andy and Hana’s company, two German guys that we had met on the Transmongolian train two months before; by the good food and the first sightseeing tours of the city which were very interesting. Well, in short this was kind of a positive approach. But here we don’t want to list all the things that we did and we saw; our photo albums will show you everything. The blog is the place where we love to tell you our stories, because places do not change, but what we lived and the things that happen to us in those places determine our experience. During those weeks every city made us experience different adventures and emotions, even though not all of them were positive (or maybe yes?!). And that’s what we want to talk about.

Where were we..?

BODHGAYA, from December 20th to 23rd

Leaving Kolkata, we decided to move towards Bodh Gaya, a small city of Bihar, well-known because here, under a holy pipal tree, Siddharta Gautama reached the Illumination and became “the BUDDHA”. To reach our destination, we traveled on the “sleeper class”, that is the cheapest class available on Indian trains (in this period in the North, we can say that these are the coldest coaches). We had already experienced this “field”; Eleonora, at her debut, demonstrated a great adaptability, not only because of the lacking hygiene, but also for the countless minutes (not to say hours) of delay.

Bodh Gaya came out to be as fascinating as we remembered, maybe even more because of the high number of Tibetan and Buddhist monks who arrived here from all over the world only for “ Kalachakra” , a famous event during which the participants can attend to prayers, meditation moments and, most important, they can hear the teaching of the Dalai Lama in person. At first, that seemed to us an event that we could not miss at all and Stefano and I went to the free registration center to get the “pass” for foreigners visitors. According to our plans, we would have been able to end our journey with Eleonora till Delhi, last stop of her trip in India, and then go back to Bodh Gaya during the first days of January and take part to the event. It took us few days to gradually leave the idea behind…

At first, the local people informed us that, during the “Kalachakra” weeks, accommodation prices would have triple and, as the last opportunity, there would have been the possibility to stay in communal tents with Tibetans. A great idea for us, an incredible experience..Only if the temperatures weren’t that cold in this season. However, it was not the temperature who determined our choice.

Yet two years ago we got in touch with the extreme poverty of this area, where countless people, adults, old people and children slouch daily on the dusty streets asking for money and disabled musicians, most of the time sit in the nervest places of the city, play to get some money. We knew the situation, but this time we saw it doubled, if not tripled. Too much difficult for us to walk and see all those poor people; we felt lost, sometimes powerless and desperate. Too much difficult for us to see all those shiny monks, with their shaved heads and their shiny clothes pass by almost impassive. I cried and I was so touched when I saw my sister giving her pashmina to an almost naked little girl who was shaking her teeth. I read the same feeling in her eyes.

Not too far from the center, at Mahakala caves, we found many biscuits sellers who invited us to buy whole boxes of biscuits to give to those desperate people, sadly sit in a row along the way to go to the caves. Moreover, those guys, who were also quite young, tried to sell us the biscuits for the black-face monkeys, who enjoy this food so much, maybe as much as the children. Useless to say how we felt.. We thought that with the arrival of the Dalai Lama the situation will probably have got worse; more poor people, but also more rich people willing to pay a fool amount of money to get an accommodation in town. That was enough to make us decide not to come back in Bodh Gaya.

With a sad heavy heart, we moved towards Varanasi.

VARANASI, from December 24th to 26th

From our very first visit in this magic and holy city, countless times we dreamed of our trip back. Varanasi is the synonym of “ghat” (the big stairways which go down to the river), burnt bodies, jewelry, clothes and handcrafts shops, penetrating smell of corpses and trash, but also smell of incense. Varanasi is the Ganges and the “puja” (the hindi prayer celebrated at the principal ghats), narrow alleys in which enormous cows walk and very often go to private houses to get their daily meal; Varanasi is the Muslim quarter with the silk factories. It’s a city which leaves you a mock. Varanasi was our Christmas this year.

From the terrace of the Bunkedup Hostel, located in a 500 years old building, we could enjoy not only the landscape (because of the dense fog), but we enjoyed the great pacific atmosphere and the quiet released by the water of the Ganges. On Christmas morning, at 5 a.m we took part to a morning puja, to which not many people participated, but not for this reason was less beautiful. I sincerely appreciated, that maybe I did not appreciate for years, to have a family member next to me. I missed what means for me Christmas: home, people, warmth, friendship.

KHAJURAHO, dal 27 al 28 dicembre

Khajuraho, oltre ai celebri templi del Kamasutra, ci ha mostrato una faccia dell’India che non avremmo mai voluto incontrare. Nel corso dello spostamento notturno su rotaia da Varanasi, un anonimo ha pensato bene di impossessarsi illegalmente di una delle nostre due fotocamere, la stessa che nell’ultimo periodo non avevo avuto modo di utilizzare di frequente per via del problema alla mano. La mattina del 27 dicembre, il nostro è stato un triste risveglio, ma… c’è sempre un “ma”. Non sempre, spesso. O meglio, dipende se lo si vuole trovare.

Khajuraho, apart from the famous Kamasutra temples, showed us a face of India that we did not want to know. During our night journey from Varanasi to Khajuraho by train, an unknown person well thought about stealing us one of our two cameras, the same that I haven’t been able to use often because of my problem to the hand. The morning of December 27th, we had a sad awakening, but….there’s always a “but”. Not always, but often. Or better, it depends on you, if you wanna find it.

Yes, because although this bad accident, wandering around the temples area, we met some young guys who really did everything possible to help us: they didn’t want us to remember their town in such a bad way. Definitely. Two friends offered to bring back Stefano to the railway station to make a complain and ask further information to the locals. And, as if it weren’t enough, when they were told that there was anything to do anymore to find it, they insisted on bring him to consult the “sadhu”, a wise man, who is 120 years old and who would have been able to read the name of the stealer in the coconut milk. It seems a fake story, I know, but it isn’t! Still today I ask myself why Stefano did not want to follow them!! I would at least have tried…didn’t you? In the meanwhile, other two more or less children were there continuing their efforts to bring my sister and I back to our hostel, after a tour in their old village. They really took care of us and they explained us the division of the village in 4 areas, according to the 4 castas, without skipping their school, which is part of a Dutch Foundation that gathers the funds (www.kashimandir.org)

They have been our “but”, the motivation for which we were not angry with Indian people, classifying them as “stealers”. The world is a village, it could happen everywhere. We didn’t know if we would have met guys like that elsewhere. Khajuraho was “torment and delight”, desperation before and hope after. Hope that, more frequently, one can find such available and good-hearted people.

AGRA, from December 28th (evening) to 29th

Our stay in Agra was really fast. Took a peek at the Agra Fort and Taj Mahal and it was already the time to leave again.

Quick time, but not too much…

In Agra we finally met an Italian family from Taranto!!! We spent a good time talking with them. It was very interesting the exchange of ideas, mostly for us, because Rita and Mario, parents of Fausto, are India “habitué”. At their 14th trip in this land, no one better than them could tell us how much and how this Country has changed.

In a tiny Coffee close to our hostel that we discovered to be an early opened family-run business, we had the real pleasure to meet again Gianluca Maffeis, AKA “Operation World Tour”. We had met this 26 year old guy from Bergamo (Italy) in Kathmandu. He left 296 days ago with the intention to do a world tour in 1000 days. In India our roads crossed again. Our itinerary has common goals and so we found ourselves talking about VISAs, permits, means of transport, borders. Who knows if destiny will keep us in touch.

DELHI, from December 30th to January 2nd

As we had planned, on 30th we arrived to Delhi, last stage of our mini- tour with Eleonora’s company. It was good to have “a little bit of family”, someone with whom to share meetings, chances and bad moments during a part of the trip. As I had written on the daily post, that almost daily we publish on FB and Instagram, I am happy that our reunion happened in India, in such a beautiful Country, cordial and coloured, but sometimes also dirty, polluted, congested, sometimes a little bit arrogant and, to some extents, difficult to understand. We are happy to have shared all this with such a beloved person for us, happy that she witnessed some casual meetings that sometimes happen to us and about which sometimes it’s difficult to talk about because they seem a figment of imagination.

Meetings like the one at Main Bazaar in Delhi where, on our way, an old man appeared, a shy little old man with a shiny smile. He approached us with simple words and after few minutes he convinced us to go with him for a cup of tea (the famous and delicious Indian chai tea). Looking us into our eyes, Baldev, that’s his name, told us about his Country, Bhutan, where happiness and smile have not only a rhetorical importance: the GNH (Gross National Happiness) represents a real parameter of reference to calculate the citizens’ welfare. Baldev went on talking about his religion, Buddhism, and his life philosophy based on love, instead of possession. In this respect, he did not hide the indignation for the situation of this world, with which he is often in contrast. Through meditation and the power of mantra (repeated formula to allow meditation) he was able to tell each of us something about our present or past life, leaving us impressed.

India is also made of meetings out of the blue with unique people.

In the end everything was super nice, funny, but most of all fast. To say goodbye to my sister was not easy; I felt very closed to her before I left and now after this experience together, I think our relationship is even sronger. New adventures out of Italy are waiting for her and her studies, the same that are waiting for us, only some timezones more towards the East. While I was saying her goodbye I remind her this: she will be happy for sure and as a Friend told me just before my departure..”Dear Elly, if I know you happy, I’ll be happy”. See you soon.

USEFUL INFO!!!

As we said, we are super experts about Indian trains! Ok, no, not true, but we found something and it’s obvious to share it with you to the benefice of the whole community.

To book trains, it’s not necessary to go to travel tourist agencies where they will charge you the doubled price of the ticket. Well, to understand each other….instead of 2, you will pay 6/7 euros, but if you are planning to travel a little bit more, you can save money. Tickets can be bought EASILY at railway stations, at doors for foreigners tourists, without planning your displacement in large advance. On the other hand, if you have an Indian SIM (and it’s really convenient!!) you can do your shopping with the app CLEARTRIP, but only after you register on the official website of Indian railway www.irctc.co.in .

When you access CLEARTRIP, they ask you the LOGIN datas to irctc to let the system syncronize. After that, you will be able to buy maximum 6 tickets per month, for any destination in the Country (they mean solar month, not 30 days since the first ticket).

On CLEARTRIP, like on NTES (National Train Enquiry System), you will be always able to verify your train status: “leaving”, “running”, “with delay” (indicating the minutes of delay and the expected time of arrival) or “cancelled”. This is a great possibility, mostly for seasons like this one, when the fog causes many delays (let us tell you.. in Varanasi, in the middle of December, our train got 30 hours delay).

 

 

Le nostre foto da oggi su “Flickr” | Our photos from today on “Flickr”

Da oggi troverete tutti gli album del nostro viaggio sulla pagina “flickr” di “LentaMente Intorno al Mondo” !!! Per via di alcuni problemi tecnici, la sezione “FOTO” del nostro blog non verrà più aggiornata.

Seguiteci…questo il link:

From today you will find all albums of our trip on “Flickr” of “LentaMente Intorno al Mondo” !!! For some technical problems, the “FOTO” section of our blog will not be updated more.

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Il primo amore non si scorda mai | That first love…you will never get over it

Un altro Paese “è andato”… Anche gli ultimi giorni trascorsi nella tranquilla Pokhara sono volati via. Quando torneremo in Italia ci piacerebbe tracciare l’itinerario del viaggio su una cartina che occupa un’intera parete della nostra casa. Potremo segnare anche il Nepal tra gli Stati attraversati…per viverlo appieno avremmo avuto bisogno di più tempo. Per conoscere davvero è fondamentale immergersi completamente nella realtà del posto; credo che questo valga per ogni singolo Paese. Lo so, l’affermazione è scontata… ma, riflettendo su quest’ ultimo mese di viaggio, è venuta alla mente spontaneamente e non potevo vietarmi di riportarla. Oggi più che mai, ho consapevolezza di quanto sia elevato il valore del tempo trascorso in Nepal, che è entrato dentro le nostre menti e i nostri cuori.
È entrato con la sua polvere che ricopre tutto, cose, case, persone, con le sue strade dissestate, con il rumore del thamel di Kathmandu e la tranquillità del lungolago di Pokhara, che fanno a pugni con la povertà disarmate incontrata poco lontano dalle zone turistiche. Con le sue donne che trasportano carichi pesanti, “donne-muratori”che spesso e volentieri fanno lavori per noi tipicamente maschili, qui sottopagati e malvisti. Con i bambini agghindati nelle loro belle uniformi scolastiche, ma in molti altri casi sporchi e malvestiti, impegnati come venditori di patatine e snacks da famiglie che non possono provvedere agli studi. Quando salgono sugli autobus locali con le loro merci, una mano ti stringe il cuore, violentemente. È entrato con la bellezza di un paesaggio mozzafiato, con una ricchezza naturalistica che convive con una realtà urbana fatta di case senza luce, elettricità e riscaldamento. Case lasciate incompiute… Ai piani superiori spesso si vedono solo piglie di cemento e panni stesi; forse un giorno i proprietari troveranno i soldi per ultimare la costruzione: poco importa. Con i suoi cani randagi, rannicchiati ovunque, con le capre condotte al guinzaglio per le strade o caricate sui tetti degli autobus in mezzo ai sacchi di riso. Con la gente del Langtang, gente decisa a ricostruire e ripartire dopo la devastazione del terremoto. Il Nepal è il Paese del casco obbligatorio solo per chi guida la motocicletta, non per il passeggero, dei grandi tappeti insaponati a terra e distesi sulla paglia ad asciugare, è il Paese dove un “namaste” non si nega a nessuno: “mi inchino a te. “. Qui non ci siamo fatti mancare nulla. Nemmeno un piccolo intervento in ospedale per rimuovere uno strano neo comparso sulla mia mano destra. In futuro vorremmo tornare ancora in questa bellissima terra.

“Il primo amore non si scorda mai” è il titolo del post. L’India è il primo Paese dell’Asia che io e Stefano visitammo insieme. Il primo viaggio, la nostra prima vacanza. È il posto che per primo, due anni fa, suscitò in noi la voglia di partire, di allontanarci da casa per un periodo, alla scoperta di nuovi mondi, culture, tradizioni, religioni e persone. L’India ci conquistò fin dal primo giorno. I colori dei mercati, dei tessuti dei vestiti delle donne, delle spezie, i templi, i sorrisi delle persone e la loro voglia di parlare per offrire aiuto o anche solo per scambiare poche frasi, le mucche solitarie a spasso ovunque, anche nelle stazioni dei treni… Ma anche la grande sporcizia, la spazzatura e la puzza terribile, i bambini di strada ridotti in condizioni insopportabili per gli occhi e per il cuore. Tutto ci travolse, come un fiume in piena, come un mare in tempesta, sbattendoci fortemente contro gli scogli di una realtà che non nasconde nulla, che non ha filtri. Alcune persone che allora viaggiavano con noi forse non tollerarono tutto ciò. Comprensibile. Noi ci innamorammo dell’India e da quell’estate del 2014 pensammo più e più volte al nostro ritorno.
Ed eccoci qui. Il passaggio via terra dal Nepal ci ha condotti, attraverso il confine di Sunauli, a Gorakhpur, che si è mostrata da subito in tutto il suo caos e la sua disperazione, con intere famiglie che vivono a bordo strada in tende fatte di semplici teli, con bambini seminudi che si scaldano davanti a fuochi appiccati a rifiuti rigorosamente in plastica. “Sbaam… Volevate tornare? Vi rinfreschiamo subito la memoria”. Pensavamo di essere pronti e invece l’impatto è stato ancora una volta fortissimo. La crisi finanziaria che sta bloccando la circolazione delle banconote da 500 e 1000 rupie, una manovra indetta dal governo per “ripulire” il denaro sporco, sta complicando la vita già di per sé difficile dell’India. Anche per noi, la sera dell’arrivo a Gorakhpur, è stato impossibile trovare denaro. Solo dopo un’estenuante ricerca, insieme ad altri due turisti francesi, che poi ci hanno anche offerto la cena (!!), abbiamo trovato un hotel disposto ad accettare che pagassimo il giorno seguente. Gli altri richiedevano i contanti nell’immediato. La mattina successiva, la lunghissima coda all’unico sportello ATM quasi bloccava la circolazione del traffico. Noi siamo riusciti a cambiare i pochi contanti a disposizione in una specie di agenzia. Oggi, dopo un primo treno notturno Gorakhpur-Varanasi, siamo in attesa di sapere se riusciremo a prendere un altro treno che ci dovrebbe condurre a Calcutta. Abbiamo già accumulato circa 20 ore di ritardo, ma siamo fiduciosi. A Calcutta ci attende un incontro speciale e finalmente l’inizio del vero viaggio alla (ri)scoperta dell’India.

That first love…you will never get over it

Another Country has gone.. The last days in the quiet Pokhara have flown away. When we’ll finally go back to Italy, we would like to draw the itinerary of our trip on a map as big as the whole wall in our bedroom and, in that moment, we will be able to tick also Nepal as Countries visited. To live it fully, we would have needed more time. To get in touch deeply, it’s fundamental to completely lose oneself in the local reality every day; I think this is a general truth for every single Country. I know…the statement may sound obvious but,…..thinking about this last month of traveling, it came up to my mind spontaneously and I could not avoid to tell it. Today more than ever, I am really conscious about how valuable has been the time spent in Nepal, which has pervaded our minds and hearts.
It went inside us with its dust, which covers everything: things, people, houses; with its roads out; with the sounds from the Thamel of Kathmandu and with the tranquility of the Pokhara lake. Everything is in harsh contrast with the disarming poverty that we found out of the touristic areas.
It went inside with the strong women who work for their men, doing typically male hard jobs like “women-bricklayer” that are underpaid and for which they are criticized.
It went inside not only with the children in their white and clean school uniforms, but also with those ones who were dirty and ill-treated, who work selling chips and snacks because they cannot afford their studies. When they get on in the buses with their goods, something grabs the heart, hard.
It went inside with its breathtaking landscapes, with such a rich natural areas that stand within cities without electricity, light and heating. Unfinished houses…in the last floors most often you can only see the pillars and the laundry spread out; maybe one day the owners will get enough money to finish their buildings, but it seems it does not matter. It went inside with his stray dogs, everywhere, with the goats kept on a leash in the streets or put on the top of the buses within the rice sacks.
It went inside with the Langtang people, people who are strongly willing to rebuild their villages and restart after the devastation of the earthquake.
Nepal is the Country where the cask is compulsory for the driver of the motorcycle, but not for the passengers; Nepal is the Country of the large washed carpets spread on the floor to dry at the sun. Nepal is the Country where nobody is ignored: everybody will always hear a “Namaste” for them: “I kneel at you”. Here, we did not miss to do anything, neither a short operation at the hospital to take off a strange mole which had appeared on my right hand. In our future, we won’t miss to visit Nepal there again.
“That first love, you will never get over iIndia was the first Country in Asia that Stefano and I visited. Our first trip, our first vacation. It was the first place where, two years ago, we really discovered our love for traveling to learn new worlds, new cultures and different traditions, religions and people. India conquered us since the very first day. The colors of the bazaars, of the tissues and women’s clothes, the spices, the temples, the smiling faces of the people we met and their willingness to help around or to chat for a short time and finally the cows walking everywhere, even in the railway stations… but also we found dirtiness, trash spread all over the streets, bad smells and children in the streets in such bad conditions that is a trauma for your eyes and your heart. Everything touched us overwhelmed us like a flood, like the sea during a storm, which beats you on the rocks of a reality which does not belong to us, which does not hide and which is without filters. Some people who were with us in that trip maybe did not tolerate that. Which is comprehensible. However, we fell in love with India and from that momento on, in 2014, we had been thinking about our come back many many times.
And now here we are. We ended, by land, from Nepal through the border of Sunauli, in Gorakhpur which showed up all its chaos and desperation. Entire families that lives on the edges of the streets in tents made of simple cloths, almost naked children getting some heat from the little fires surrounded by plenty of plastic trash. “Sbaaaaam… did you want to come back??? There you go men, we refresh your mind right now!” We thought to be ready, but the impact was huge once again. The financial crisis, which was announced by the Indian Government in order to eliminate black money, has stopped the notes of 500 and 1000 Rupees and is complicating the already dramatic situation of life in India. Also for us, the day in which we arrived in Gorakhpur, it was impossible to find money changer. Only after a looong research with other two French tourists, who also paid for our dinner (!!), we found a hostel that accepted the fact the we would have paid the following day. Others requested immediate payment. The day after, an endless queue at the only ATM of the city was almost blocking the traffic. We managed to change a little money in a kind of agency.
Today, after the first train Gorakhpur-Varanasi, we are waiting to know if we will be able to take another train to Kolkata, because till now the train got almost 20 hours delay, but we won’t lose our faith. In Kolkata a special meeting is waiting for us and there will start the real trip to (re)discover India.

Nepal non è solo Annapurna o Everest | Nepal does not only mean Annapurna or Everest

“Earthquake” significa terremoto. Una parola che forse non avevamo avuto modo di utilizzare nelle nostre precedenti conversazioni in inglese. Una parola che abbiamo sentito e pronunciato parecchie volte durante il nostro trekking nella valle del Langtang. Il ricordo è ancora molto presente nei racconti delle persone che vivono qui e che in un attimo, nell’aprile 2015, hanno visto sparire famigliari, amici, clienti (turisti), animali, ma anche abitazioni e guest house costruite con i guadagni di una vita. Lo scorso lunedì 27 novembre, alle ore 05.22 del mattino, la terra ha tremato di nuovo; qui ormai è d’abitudine avvertire questi leggeri “traballamenti”. Per nostra fortuna l’epicentro era a circa 150 km di distanza, nei pressi di Solukhumbu. La scossa, percepita da noi in modo piuttosto debole, ha invece provocato una valanga sul monte Ama Dablam, causando la morte di uno sherpa impegnato in una spedizione. Le ultime sere trascorse in alta valle abbiamo faticato non poco a prendere sonno… la luce frontale vicino al letto e il sacco a pelo con la zip a metà in caso di necessaria fuga all’esterno. Stando su queste montagne, ti chiedi come sia possibile che la gente continui a vivere qui, dove abbia trovato la forza di riparare i muri e i tetti, di costruire un nuovo villaggio giusto poco più in su del precedente, sommerso da un’enorme quantità di detriti, com’è successo nel caso del paese di Langtang. Succede qui come nel nostro Bel Paese; noi esseri umani siamo in grado di tirare fuori le nostre migliori energie nei momenti peggiori. In Nepal attualmente sono attivi tantissimi progetti umanitari, alcuni finanziati direttamente dai grandi governi, altri partiti da iniziative personali, e forse per questo anche più nobili.

“Quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all’erta ”, scriveva Tiziano Terzani.

Ed è così che il giorno del nostro arrivo a Syabrubesi, dopo 8 ore di pullman per percorrere i 130 km di quella che qui viene definita “autostrada”(!!!), abbiamo conosciuto lo spagnolo Paul. Alla ricerca di una sistemazione per la prima notte, abbiamo deciso di intraprendere la strada in salita, verso il fondo del paese. La voce di Paul ci ha invitati ad entrare all’Hotel Village View & Guest House, dove lui è ormai di casa. Sorriso smagliante, fisico da arrampicatore e un perfetto italiano imparato durante la carriera universitaria condotta a Ferrara (e anche grazie ad un’italianissima fidanzata), Paul vive a Syabrubesi per la maggior parte dell’anno, da quando è sfuggito alla catastrofe del terremoto e, come dice lui senza dar troppe spiegazioni, da quando i locali gli hanno salvato la vita. “Living Nepal” è un progetto ambizioso e ormai piuttosto famoso in Spagna; raccoglie fondi da destinare alla ricostruzione con iniziative di vario genere, dalle maratone alle lezioni di “yoga solidale”, ma anche vestiti, che poi lui stesso porta nei vari villaggi disseminati nell’area del Parco Nazionale del Langtang. È ammirevole che questo ragazzo, insieme alla sua Sara e al parigino Gabriel, abbia scelto di rimanere qui per aiutare gli abitanti di un Paese da lui tanto amato per via della montagna e verso il quale si sente ora in debito. È ammirevole che continui a scegliere di rimanere nonostante le difficoltà che incontra nel tentativo di far collaborare le persone.

Durante questi nove giorni, abbiamo conosciuto un altro Paul dall’animo gentile. Lui è di origine francese, ha 75 anni e da ben 12 si reca a Kyangjin Gumba, a 3880 metri, sopra il paese di Langtang. Durante un viaggio organizzato conobbe la famiglia che gestisce lo “Yak hotel”, decise di finanziare gli studi di uno dei quattro figli. Poi li aiutò nell’acquisto dell’attuale struttura ricettiva, a patto che prima Tshering Pema Tamang , il capofamiglia nepalese, si recasse in Francia per apprendere i segreti dell’accoglienza turistica “made in Europe”. La generosità del francese Paul non si è fermata nemmeno quando è giunto il momento per la famiglia di acquistare casa a Kathmandu. “Potevo permettermi di farlo, perché non avrei dovuto aiutarli?”, ci ha detto. Non era per nulla scontato che lo facessi, caro Paul. La famiglia di Tshering Pema lo ha ringraziato regalandogli un piano dell’abitazione nella capitale.

Paul lo abbiamo conosciuto allo “Yak hotel” di Kyangjin Gumba, dove noi abbiamo alloggiato in segno di riconoscenza verso Jangbu Jangba, figlio minore di Tshering Pema . Grazie all’aiuto di questo ragazzo, l’intera valle del Langtang si è mobilitata per permetterci di ritrovare la nostra preziosa macchina fotografica, smarrita accidentalmente lungo i sentieri di montagna, la mattina dello scorso 25 novembre. Stefano ha percorso chilometri e chilometri su e giù per la valle per parlare con chiunque incontrasse. La macchina però era stata raccolta da una ragazza di Langtang paese, portata a Kyangjin Gumba e da me intercettata in vetta solo nel pomeriggio. È stata straordinaria la collaborazione ricevuta da queste persone; diciamo la verità, chiunque di loro avrebbe potuto rivendere un simile oggetto al “mercato nero” garantendosi più di un anno di cibo!!

Per tutti questi buoni, buonissimi motivi ci sentiamo in dovere di consigliarvi un trekking nel Langtang. Per troppi turisti ancora, il Nepal è sinonimo quasi esclusivamente di Annapurna o Everest. Ma anche la valle del Langtang merita la giusta attenzione. Noi siamo saliti dai 1500 metri di Syabrubesi ai 4773 del Kyanjin Ri, passando per Bamboo e Lama village, Langtang e Kyangjin Gumba. Un paesaggio magnifico ha accompagnato la nostra scalata, tra boschetti in cui vivono numerosissime le scimmie, aquile himalayane, cascate e pianori in cui pascolano yak e cavalli. Questa è anche la zona del “red panda” e dello “snow leopard”. Dalla cima del Kyanjin Ri abbiamo ammirato il ghiacciaio del Langtang e i picchi da 5000, 6000 e 7000 intorno a noi. Da Kyangjin Gumba si può proseguire per il fondovalle Langshisha Karka, la “terra dei ghiacciai”; tornando al Bamboo village invece, una deviazione conduce ai meravigliosi laghi sacri di Gosainkund e attraverso il Lauribina pass, a 4610 metri, si può giungere infine alla zona del Shivapuri Nagarjun National Park. Da qui occorre una sola ora di autobus per tornare alla capitale.

Insomma, nel Langtang c’è molto da fare, scoprire e vedere; unendo l’utile al dilettevole, c’è una mano, o forse più, da dare a questa meravigliosa valle che sta ritornando alla vita.

Ecco qua due video imperdibili… Abbiamo conosciuto personalmente la ragazza dell’ “Hard Rock Café”, Kartok Lama, ed è stata lei stessa a mostrarci il primo filmato di cui è protagonista.

Nepal does not only mean Annapurna or Everest 

“Earthquake” is a word that we were not used to pronounce in our English conversations so far. A word that actually we have heard and pronounced many times during our trekking in Langtang valley. The memory is still vivid in the stories that locals tell us: they saw not only siblings, friends, tourists, animals, but also their houses and guest houses built after many many years of hard work disappear in a minute. The previous Monday, November 27 th at 5:22 am, the Earth has shoke again. Now, it is common to feel those light tremblings. Fortunately for us the epicenter was 150 km far from us, close to Solukhumbu. The shake that we felt just a little has provoked an avalanche on Ama Dablam mount causing death to a Sherpa who took part in an expedition. During the last nights in the valley we had a hard time getting sleepy .. we kept the light on close to the bed and the sleeping bag half zipped in case of escaping. Living in these mountains you wonder about how it is possible that those people are still able to live here, where they did found the willingness to rebuild the walls and the roofs and to create another village just a little bit far from the previous one, the Langtang, which now is whelmed by an enormous quantity of debris. As in our “Bel Paese”, Human beings are able to find the greatest strength to go when the worst happens. Currently in Nepal there are a lot of humanitarian projects, economically supported either by the internal and external Governments, or by private activities perhaps more generous ones.
“When you find yourself in a crossroad and you see a road go up and another one go down, choose the one that goes up. It’s easier to go down, but at the end you end in a hole. When you go up there is hope. It’s difficult, it’s another way to see things, it’s a challenge that keeps you at the edge of your seat.” said Tiziano Terzani.
The day we arrived in Syabrubesi, after a bus trip of 130 km, 8 hours long in a so called “highway”(!!!), that’s when we met a Spanish man: Paul. Looking for an accommodation for our first night, we decided to continue our walk up the path and reach the nearest village. Paul invited us to enter the Hotel Village View & Guest House, where he is a frequent customer . Shining smile, fit body,as he is a climber, and a fluent Italian learnt during his university career in Ferrara(and because of his Italian girlfriend), we got to know Paul who lives in Syabrubesi for the most part of the year, since he survived the earthquake disaster and ,as he told us, the locals saved his life. “Living Nepal” is an ambitious project and now very famous in Spain; they do crowdfunding to give the money to the reconstruction of the village doing many initiatives from yoga and also clothes that he brings in the villages spread in the Langtang National Park area. It’s such an admiring thing that this guy, together with his Sara and the “parisien” Gabriel, decided to stay here to help the inhabitants of this Country, loved for its mountains and to which he now feels in debt.
During those nine days we met another Paul with a very gentle soul. He has French origins, is 75 years old and for 12 years he has been coming back to Kyangjin Gumba, a village at 3880 mt above the Langtang village. During a group trip with a travel agency, he met the family that ran the “Yak Hotel” and he decided to pay for the school of one of his 4 children. After that, he decided that he would have helped them buy the house, which is now the new “Yak Hostel”, only if Tshering Pema Tamang had accepted to go with him to France to learn the touristic accomodation standards “made in Europe”. The generosity of the French man Paul did not stop even when the family wanted to buy a new house in Kathmandu. “I could afford it, why shouldn’t I have helped them?” He told us. It is not so common for a French man to buy a house for a Nepalese family, my dear Paul. Tshering Pema Tamang’ s family thanked him building a new floor in their house in the capital city of Nepal which is now Paul’s new home.
We met Paul at the “Yak Hotel” in Kyangjin Gumba, where we stayed as a sign of gratitude to Jangbu Jangba, the youngest son of Tshering Pema. Thanks to the help of this guy, the entire valley of Langtang mobilized to find our valuable camera , which we accidentally had lost on one path of the mountain on November 25 th in the morning. Stefano ran kilometers and kilometers up and down in the valley to talk with everyone he met in the valley. However, the camera had been found by a Langtang woman, that I met in the afternoon on the top of the mountain, who had brought the camera to Kyangjin Gumba. It was extraordinary how people collaborated to let us find the camera. To tell the truth, it would have been easy for them to sell it at the black market in order to get enough money to buy food at least for a year!!
For all these motivations we feel glad to suggest you a trekking in Langtang. Until now For many tourists, Nepal only means Annapurna or Everest. However, also the Langtang valley is really worth visiting. We went from 1500 mt (Syabrubesi) to 4773 (Kyangjin Ri) walking through Bamboo and Lama villages, Langtang and Kyangjin Gumba. We were always surrounded by an amazing landscape: woods from which many monkeys came out, waterfalls, Himalayan eagles and plains where you can easily see yaks and horses. This is the hometown of the “red panda” and the “snow leopard ” as well. From the top (Kyangjin Ri) we could see the Langtang glacier below and the other 5000, 6000 and 7000 mt tops which surrounded us. From Kyangjin Gumba you can keep going to the end of the valley Langshisha Karka, “the land of glaciers “, whereas, going back to Bamboo village, a road will bring you the the marvelous holy lakes of Gosainkund. Moreover, through the Lauribima passage at 4610 mt, you can reach the area of Shivapuri Nagarjun National Park. From here you can catch a bus to go to the capital city.
Anyway, there are a lot of things to do, to see and to discover in Langtang valley and if you want to do something useful as well, you can give a help there to rebuild this incredible valley which is coming back to life.
Here you are two videos that you can’t miss. We personally knew the woman of “Hard Rock Cafe”, Kartok Lama, and it was herself that showed us the first video of which she is the protagonist.

 

 

Siamo pronti…Forse.

Ci sentiamo pronti, ma non lo sapremo con certezza fino a quando non saremo in alto… in alto dove non siamo mai arrivati prima d’ora.

Dopo i 10 giorni a Kathmandu, durante i quali non poche persone ci hanno chiesto se fossimo impazziti a voler trascorrere così tanto tempo in mezzo a tale caos, siamo ora diretti a Syabru Bensi, a 130 km in direzione nord, prima tappa del nostro trekking.

Abbiamo soggiornato a lungo nella capitale nepalese poiché dovevamo occuparci di ottenere il visto per l’India, futura meta che raggiungeremo verso metà dicembre. Grazie all’aiuto del sito www.ideanomade.com, abbiamo capito fin da subito che sarebbe stato necessario recarsi per ben tre volte presso l’Indian Visa Service Centre di Kathmandu (1° STEP: consegna della modulistica opportunamente compilata, 2° STEP: accettazione/rifiuto della richiesta e, in caso di accettazione, consegna del passaporto, 3° STEP: ritiro del passaporto con il visto).

Nei 5 giorni di attesa tra il primo e il secondo appuntamento, ci siamo persi tra le vie del Thamel, la zona centrale dove stretti passaggi si aprono su piccoli cortili o tempietti nascosti, dove le motociclette circolano incuranti dei tanti pedoni, ma soprattutto dove vi è un’altissima concentrazione di guest house, agenzie che organizzano trekking, shops e quindi turisti. Davanti ai banchi di frutta, verdura e spezie, ci siamo riempiti gli occhi di immagini, colori e sapori penetranti, come quello del curry, ma anche di polvere. Tanta, tantissima polvere con la quale questa gente è abituata a convivere. Abbiamo trovato negozi di caldi abiti made in Nepal e altri di “fakes” delle migliori marche per la montagna. E ancora… rivenditori di scarpe taroccate, di stoffe colorate scelte per confezionare i preziosi “sari”, improbabili quanto efficientissimi riparatori di telefoni (provare per credere… meglio dei super tecnologici cinesi!!), ma anche ragazzini e donne che espongono merci di svariati generi su semplici teli appoggiati sulla strada o sulle passerelle pedonali, appena fuori dal Thamel. Frequentemente abbiamo visto persone che offrivano cibo e soldi ai poveretti coricati sui marciapiedi; abbiamo ammirato scene di vita quotidiana, ma anche la grande umanità dei nepalesi.

Ci siamo spinti fino al Swayambhunath, il Tempio delle Scimmie, che domina la città da una collina situata ad ovest, per poi scendere e sostare qualche ora presso il Monastero di Benchen, un luogo di vera pace e tranquillità.

Abbiamo visitato la zona del Pashupatinath, il più importante tempio induista di tutto il Nepal. La sacralità del luogo, dove una volta l’anno sono compiuti sacrifici animali, impone ai non induisti il divieto di accedere al tempio vero e proprio, ma non quello di raggiungere le gradinate dalle quali è possibile assistere alle numerose cremazioni compiute ogni giorno. Lo scenario è lo stesso che si ritrova in India, a Varanasi, lungo le rive del Gange. Ecco perché il fiume sacro Bagmati viene anche chiamato “Piccolo Gange”. Le scimmie corrono ovunque, incuranti del dolore straziante delle donne che, solo in minoranza, sostano nelle vicinanze delle pire dove bruciano i loro cari. Gli uomini invece assistono impassibili.

Molto suggestivo è stato camminare intorno al Boudhanath all’ora del tramonto, accompagnati dalle preghiere cantate di numerosi fedeli. Nella religione buddista la “Circumambulazione” in senso orario viene compiuta come atto di venerazione e di meditazione, per accumulare meriti o più semplicemente, come nel nostro caso, in segno di rispetto. Questo stupa è uno dei più alti al mondo e nelle sue vicinanze sono situati numerosi monasteri che accolgono i rifugiati del Tibet.

Grazie alla nostra amica italiana Cinzia inoltre, non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di allontanarci da Kathmandu per una notte, quella del 19 novembre, per recarci nell’antica città di Bhaktapur. Qui, tramite Cinzia, abbiamo contattato e incontrato Prakash, una giovane guida nepalese che ci ha accolti come amici, anzi fratelli, come ama dire lui, piuttosto che come clienti. Questo ragazzo ci ha regalato il suo tempo, accompagnandoci alla scoperta di Bhaktapur, ma soprattutto ci ha letteralmente conquistato con la sua tranquillità, la filosofia “peace&love” e la straordinaria capacità di cogliere l’aspetto positivo in ogni situazione o evento, anche qualora sia tragico come quello del terremoto del 2015. Nonostante le recenti devastazioni, Bhaktapur resta un luogo da visitare nella zona; Durban Square, il Palazzo delle 55 finestre, Piazza Taumadhi con l’alto tempio Nyatapola, le botteghe degli abilissimi intagliatori del legno e dei ceramisti… nemmeno le macerie sono riuscite a cancellare quel fascino che catturò anche Bernardo Bertolucci, il famoso regista che non a caso la scelse come set per il suo “Piccolo Buddha”. Poco distante il monastero di Namobuddha, circondato dalle coloratissime bandierine tibetane, offre un’atmosfera di grande spiritualità buddista, accompagnata da un’incredibile vista sull’Himalaya. Si narra che qui Buddha incontrò una tigre, così debole da non essere in grado di sfamare i suoi piccoli. Mosso da pietà, il principe si sarebbe sacrificato e si sarebbe offerto alla bestia. Quest’atto di compassione gli permise di raggiungere un livello superiore della sua esistenza, fino a diventare il Buddha.

Questi 10 giorni ci hanno permesso di conoscere un Nepal che, possiamo dirlo, ci piace tantissimo, ma ora siamo pronti a partire.

Il Nepal è la terra del trekking per eccellenza, la terra dove corre la catena dell’Himalaya; qui si erge il monte più alto al mondo, l’Everest, degnamente accompagnato da ben otto dei quattordici “ottomila” presenti in tutto il pianeta. Abbiamo cercato numerose informazioni sul trekking di 10 giorni per raggiungere il campo base dell’Annapurna, ma alla fine abbiamo dirottato la scelta sul Parco Nazionale del Langtang, il più antico di tutto il Paese. Un giovane alpinista tedesco ci ha parlato di questa zona meravigliosa, meno conosciuta poiché dai suoi sentieri è possibile scorgere uno solo degli “ottomila” nepalesi. Abbiamo scelto questa via per regalarci un trekking tranquillo, lontano dalle rotte più battute in questo periodo di alta stagione. Allo stesso tempo, abbiamo deciso consapevolmente di spendere i nostri soldi qui, dove circa il 90% delle abitazioni è stato distrutto dal terremoto; ora più di prima la popolazione necessità del contributo dei camminatori stranieri.

Nel prossimo post racconteremo la nostra esperienza in alta quota.

Una scelta difficile

Dopo un mese siamo giunti ormai allo scadere del nostro VISA turistico in Cina e siamo dunque diretti verso una nuova destinazione… verso un altro Paese, con un popolo, una cultura e tradizioni differenti. Siamo pronti ed entusiasti all’idea del cambiamento.

Circa un mese fa eravamo sicuri di entrare in Nepal via terra attraverso il confine di Kodari, che collega il Paese con il territorio cinese del Tibet. Il nostro piano era quello di prendere il famoso treno che dalla città di Chengdu, in Cina, arriva a Lhasa, capitale del Tibet, raggiungendo un’altitudine di 4000 metri sopra il livello del mare. Avremmo poi sostato per alcuni giorni in questa terra, un tempo vera oasi di pace e spiritualità, per scoprire i monasteri e le cime dell’imponente Everest. Finalmente ci saremmo spostati verso Kathmandu, capitale dello Stato nepalese.

Fin dal principio, eravamo consapevoli che non avremmo più potuto vedere il vero Tibet, il Tibet libero che esisteva un tempo, prima che la furia cinese distruggesse quasi tutti gli edifici religiosi, sterminando i monaci e costringendo il Dalai Lama all’esilio. Il governo cinese ancora oggi impedisce il libero accesso degli stranieri alla regione, consentendolo esclusivamente a coloro che sono in possesso di uno speciale permesso, da richiedere con almeno 10 giorni di anticipo, e accompagnati da guide locali e poliziotti. Tutto ciò comporta l’acquisto di un “pacchetto”, di un tour, che generalmente va da un minimo di 3 ad un massimo di 18-20 giorni, e che prevede una sorta di visita guidata della zona. Eravamo consapevoli di tutto ciò, ma volevamo vedere da vicino, farci un’idea nostra di questa antica terra.

C’eravamo mossi con anticipo, contattando numerose agenzie turistiche, alla ricerca della soluzione ideale per noi. Uno dei punti saldi era avere la garanzia di poter attraversare la frontiera di Kodari via terra, una volta terminati i giorni di visita. Benché avessimo trovato su internet numerose immagini che immortalavano turisti all’atto del trasferimento verso il Nepal, tutti i tour operator hanno subito messo in chiaro che avremmo sì potuto visitare il Tibet, ma in alcun modo avremmo potuto uscire via terra da Kodari.

Secondo fonti ufficiali, il confine fra Tibet e Nepal risulta chiuso ai turisti da 17 mesi, in seguito ai danni che ha riportato la strada per un terremoto. 17 mesi in cui continuamente sono stati dati “falsi allarmi” che annunciavano un’imminente riapertura del border. 17 mesi in cui pare convenga dire che vi sono ancora dei problemi; sì, probabilmente è così, ma i problemi non riguardano sicuramente l’accessibilità della via, dato che cinesi e nepalesi possono transitarvi. I problemi, ancora una volta, questo è quel che a noi pare, sono legati al business.

Abbiamo deciso di scrivere questo post per denunciare una situazione davvero spiacevole che attualmente vi è in quella zona. Anche se l’abitudine, tendenzialmente, non è questa. Da tempo ormai i cinesi non fanno che distruggere e martoriare il Tibet… e noi glielo abbiamo concesso. Pochi hanno parlato, pochi hanno denunciato, perché essere amici della Cina conviene.

Noi, nel nostro piccolo, siamo stati accolti a braccia aperte da questa terra, ma per colpa della sua corruzione abbiamo dovuto rinunciare all’idea di viaggiare senza prendere voli aerei. Già, a soli due mesi e poco più dalla partenza, oggi saliremo su un aereo che da Hong Kong ci trasferirà direttamente a Kathmandu.

Indagando e comunicando con alcune persone che si trovavano in Tibet fino ad alcune settimane fa, abbiamo scoperto che dei modi per passare dall’ altra parte esistono eccome… allungando mazzette e dunque corrompendo le guide e la polizia. Il trasferimento costa circa 2000 dollari a testa, senza alcuna certezza sulla buona riuscita dell’operazione dato che, come dichiarano i corrotti stessi, si potrebbero creare degli intoppi. In caso di denuncia da parte di qualche ufficiale onesto, il rischio sarebbe quello di avere seri guai con la giustizia cinese.

Abbiamo riflettuto a lungo su questa situazione; l’idea di rinunciare così precocemente al nostro giro senza aerei ci ha fatto molto arrabbiare, ma d’altra parte non siamo disposti né a pagare cifre così folli, né tanto meno, in coscienza, a dare adito a questo business davvero poco onesto.

Abbiamo cercato passaggi via terra alternativi, tramite un infinito numero di agenzie, ambasciate e consolati. Ma pare non esistano. L’ingresso via terra in Myanamar si può fare, ma poi è necessario rientrare in Cina: così dice la legge, non escludiamo che anche qui si possa proseguire illegalmente per l’india. L’unica poteva essere entrare direttamente in Laos, ma ciò avrebbe comportato l’esclusione dal tragitto di Stati come l’India e il Nepal, cui non vogliamo in alcun modo rinunciare.

Dunque abbiamo preso la nostra decisione; a malincuore, ma sicuri di aver fatto la scelta migliore, per le nostre tasche e per il nostro spirito, voleremo da Hong Kong a Kathmandu. Stasera saremo in Nepal.

 

 

 

Tiriamo le somme…

Il 2 novembre siamo saliti su un pullman diretto ad Huangshan, cittadina situata a circa 600 km da Shanghai in direzione sud-ovest, e assai frequentata da turisti cinesi. A poca distanza da Huangshan, si erge la celebre Montagna Gialla, uno dei cinque monti sacri della Cina e, a detta di molti, il più spettacolare.

Prima della partenza alla scoperta del monte divino, il 3 novembre, abbiamo raccolto numerose informazioni inerenti i vari trekking percorribili, il clima, i costi, la possibilità di campeggiare all’interno dell’area, la reperibilità di cibo e bevande. Casualmente, mentre passeggiavamo per la città, abbiamo notato l’insegna del “Koala Youth Hostel” e, da una porta a vetri, uno spazio comune piuttosto grande, con un biliardo, tavolini, divani comodi e sedie colorate. Insomma, un ostello giovanile e carino! Per tale ragione, abbiamo deciso che questo poteva essere il posto giusto per incontrare qualcuno in grado di comunicare con noi. E così è stato.

Pur non essendo clienti della struttura, la ragazza della reception si è mostrata assai disponibile, illustrandoci su una mappa tutta la zona d’interesse, evidenziando i punti migliori da cui fotografare all’alba e al tramonto, e non solo. In meno di un’ora abbiamo scoperto l’indispensabile, compresi il prezzo del biglietto d’ingresso e dei trasporti (tutt’altro che economici), i costi assai elevati delle vivande, ragion per cui risulta più conveniente portarle da “valle”, e la collocazione delle aree per le tende, seppur piccolissime ed esclusivamente su cemento…

Per cercare di “sdebitarci” a fronte di tanta gentilezza, abbiamo chiesto se fosse possibile cenare all’ostello; pur non avendo un vero ristorante interno, la sera ci siamo ritrovati a tavola con il proprietario Huangzhen, appena ventiseienne, e Zhezhe, un giovane assai timido quanto cordiale. Insieme abbiamo banchettato allegramente e brindato ad ogni sorsata di birra, un’abitudine tanto strana quanto divertente.

La mattina del 4 novembre, di buon’ora, un piccolo autobus ci ha scaricati davanti all’ingresso est della Montagna Gialla. Abbiamo scelto tale via in quanto, pur essendo piuttosto impegnativa (circa 3 ore di cammino e 850 m di dislivello, con una miriade di scalini da salire), è comunque preferibile a quella ovest, molto più lunga e ripida. Entrambi i percorsi consentono l’accesso alla vetta (in alternativa, esistono due cabinovie; quella del lato est copre l’intera distanza e consente dunque di evitare ogni sforzo) .

Noi, in cima, ci siamo arrivati con fatica, soprattutto per il gran caldo. I turisti cinesi erano tantissimi, fin dalle prime luci del giorno, ed era curioso vedere come vecchi, giovani, bambini e genitori affrontassero la scalata con abiti tutt’altro che sportivi: jeans, vestitini, gonne e scarpette da passeggio; alcuni uomini addirittura in giacca e cravatta.

Una volta arrivati al “Picco dell’Oca Bianca”, durante la giornata, ci siamo spostati attraverso una zona piuttosto estesa, all’interno della quale sono comprese numerose cime, rocce dai nomi e dalle forme bizzarre (come “la Scimmia che osserva il mare” o “i due Immortali che giocano a scacchi”), circuiti ad anello che danno accesso a piccole terrazze a strapiombo e ponticelli, e pini dai nomi importanti, quali “il pino della Tigre Nera” e “il pino Zampa di Drago”. La natura è meravigliosa. Gli oltre 400 punti panoramici regalano differenti quanto straordinarie vedute sui pinnacoli che, non raramente, sono abbracciati dalle nuvole. Nelle giornate di sole, invece, il mare di nuvole si scorge in lontananza; questo strato piuttosto denso nasconde il paesaggio “a valle” ed illude l’osservatore, poiché dai vari picchi pare di osservare la linea del mare all’orizzonte. Uno scenario straordinario, soprattutto all’alba e al tramonto, che di per sé basterebbe a giustificare la sacralità del luogo.

La “Montagna Gialla” è stata così rinominata nel lontano 747 d.C., in onore del leggendario Huang Di (che significa letteralmente “giallo imperatore”), considerato il primo antenato del popolo cinese e l‘inventore di magiche pillole dell’immortalità. Nel tempo, seguendo le sue orme, i monaci buddhisti chan e numerosi artisti si sono rifugiati qui per godere della pace del luogo e per trarre ispirazione da tanta bellezza.

L’atmosfera non è più quella di un tempo, ed è ovvio che sia così; nonostante ciò, forse qualcosa in più poteva essere fatto per evitare l’eccessivo “sfruttamento turistico”. Gli hotel “di lusso” costruiti in cima sono l’esempio di una tendenza cinese, forse talvolta esagerata, a trasformare tutto in business; ogni edificio storico, tempio, villaggio, monte può essere fonte di guadagno per lo Stato e dunque poco importa se l’albergo “stona” a livello paesaggistico: il business viene prima di tutto. Per le camere si possono pagare anche 1250€ a notte, partendo da un minimo di 40 per un letto in dormitorio! Poco importa se bisogna costruire funivie e ovovie per trasferire le persone in vetta, distruggendo l’ambiente. Salvo poi riservarle ai soli turisti paganti, mentre i poveri venditori che riforniscono gli hotel sono costretti ad inerpicarsi sui ripidi sentieri trasportando a spalle i loro pesanti carichi (fino a 70 kg di merci). Questo lo dobbiamo dire, non ci è piaciuto.

Il 5 novembre abbiamo affrontato l’ardua discesa dal lato ovest, ammirando i maestosi “picco del Loto” e “picco della Capitale Celeste” dal sentiero più basso. Tre ore di “sali e scendi” in ripidi e stretti passaggi, invasi da una quantità esagerata di persone sopraggiunte per il week end. Nel tardo pomeriggio siamo rientrati nella città di Huangshan, con i polpacci duri e doloranti, ma con bellissime immagini catturate negli occhi e nella mente.

Il 6 novembre, ci siamo finalmente concessi un po’ di relax tra le stradine dell’antico antico villaggio Hui (minoranza etnica cinese) di Hongcun, immersi in un’atmosfera di grande pace e tranquillità. Molti giovani studenti d’arte affollavano le viuzze, il lungolago e gli angoli più nascosti del paesello, intenti a disegnare particolari architettonici e naturalistici. La loro presenza e la loro arte “vera” contribuivano a conferire al luogo un’atmosfera alquanto magica. Nel pomeriggio, abbiamo assistito al passaggio di un corteo funebre, accompagnato dal fragore di botti che rendevano omaggio alla defunta.

Il ritorno dal villaggio di Hongcun alla città di Huangshan ci ha regalato un po’ di sana avventura. Avendo perso l’ultimo autobus, abbiamo deciso di provare a tornare in autostop. Dopo aver incontrato quasi una decina di persone pronte a chiedere cifre folli in cambio di un passaggio, la fortuna ha fatto sí che una giovane ragazza di nome Sisi, di rientro a casa dal lavoro, si fermasse in nostro aiuto. Sisi, tramite una sorta di “bla bla car” cinese, ha contattato un uomo che, per meno di 10€, si è dimostrato ben felice di darci uno “strappo” in città. In occasione dell’ultima serata ad Huangshan, abbiamo pernottato al “Koala”, ritrovando Huangzhen e Zhezhe per una cena a base di barbecue cinese.

Il 7 novembre Xi’amen ci ha accolti calorosamente, sia per le temperature piuttosto elevate, sia per l’incontro con Adriano, nato a Carmagnola, ma vagamondo di professione. Benché Xi’amen fosse una tappa quasi obbligata dell’itinerario, poiché funzionale in virtù della nostra imminente uscita dal Paese, la possibilità di trascorrere del tempo con Adriano e con la sua famiglia è stata un invitante richiamo per noi. Avevamo conosciuto questo grande omone solamente quest’estate, nelle nostre terre saluzzesi, in occasione della consueta vacanza che ogni anno egli si concede in Italia, non solo per visitare il Bel Paese, ma soprattutto per ritrovare la famiglia nel torinese. Adriano “ha spiccato il volo” da ormai quasi 40 anni; America e Cina sono i Paesi dove ha soggiornato più a lungo. Molti di più quelli che ha attraversato temporaneamente o che ha visitato da turista, spesso in compagnia della sua fedele bicicletta.

A Xi’amen si era recato quasi 17 anni fa per studiare agopuntura e qui è rimasto dopo l’incontro con la moglie Giulia e la nascita di Dino e Maria Dina. Egli ha vissuto in diretta l’evoluzione della città cinese che lo ha adottato. Ha visto la crescita imponente dei suoi abitanti, da 700.000 a circa 6 milioni, giunti dalle campagne dopo anni di proibizionismo imposto dal governo comunista; è stato testimone dell’invasione delle macchine e poi dei motorini e delle bici elettriche; ha osservato l’ ”inglobamento” delle antiche case in stile portoghese nello scenario di una città super moderna, ormai piena di palazzi dei quali, talvolta, è difficile dire quale sia l’esatto numero dei piani. Adriano è un allenatore e un arbitro di calcio; lavora nelle scuole e presso i centri sportivi, organizzando corsi per ragazzi, ma anche tornei per adulti. La passione, la vivacità e la sua loquacità gli hanno fatto guadagnare il nome cinese “Kauai Le”, che in inglese si traduce con “Happy”. I suoi allievi cinesi non apprendono da lui solo l’arte del pallone, ma anche il vero spirito dello sport di squadra; imparano ad essere più “aperti”. Se la cultura cinese da un lato insegna grande disciplina, e questa è cosa buona, dall’altro contribuisce allo sviluppo di una certa “chiusura”, di una tendenza a “tenere tutto dentro”, di una timidezza piuttosto diffusa. Per comprendere meglio questa difficoltà “culturale”, insieme ad Adriano, abbiamo partecipato ad un’interessante serata: alcuni ragazzi, coordinati da un coach, recitavano pezzi inventati da loro stessi in lingua inglese, di fronte ad una platea. Tutto ciò al fine di conquistare maggiore sicurezza nella comunicazione in pubblico. La nostra presenza ha suscitato grande curiosità ed entusiasmo. Alcuni di loro si sono fatti avanti per fare la nostra conoscenza e scambiare qualche parola, tra un po’ di incertezza e la voce “rotta” dal balbettio. Per noi è stato emozionante, un’esperienza unica che porteremo con noi.

E così ci avviamo al termine di questi 30 giorni in Cina. Nel prossimo post racconteremo i nostri spostamenti futuri e alcune decisioni difficili che abbiamo preso per giungere alla definizione dell’itinerario. È stato un mese inteso: lunghi spostamenti, moltissimo da vedere, incontri con persone che ci hanno accolto con cordialità. Il bagaglio è bello pieno.

Abbiamo imparato che il più delle volte è sufficiente un sorriso o un semplice “hello” per riceverne uno in cambio. I cinesi spesso hanno bisogno di qualcuno che “rompa il ghiaccio”, che faccia il primo passo. La loro durezza è apparente.

In Cina bisogna mantenere la calma; a volte è capitato anche a noi di perderla, non lo nascondiamo. Il traffico è caotico e rumoroso, i colpi al clacson continui e talvolta assordanti; questo è il loro modo di farsi valere nella “giungla” della strada, in un Paese che conta quasi 1.400.000.000 di abitanti. Detto questo, non vedrete scene di litigi e insulti come spesso succede da noi; il clacson si suona, ma la cosa non ha seguito, nessuno si arrabbia. Questo è il Paese del mercato del pesce fresco…dove potrete trovare anche serpenti, tartarughe e coccodrilli vivi, pronti per essere scuoiati. Questo è il Paese dello “sputo continuo”, dei soldi finti e degli oggetti di vita quotidiana acquistati e poi bruciati affinché i defunti li possano utilizzare nella vita oltre la morte. Questo è il Paese dell’inglese parlato con il traduttore dell’iPhone, oppure scritto, in quanto lo studio meticoloso e mnemonico ha garantito loro una scarsa competenza orale. Questo è il Paese dove tutto si paga, dei vestiti e degli abbinamenti bizzarri, ma anche di capi di vero design; è il Paese del thè, dei motorini e delle bici elettriche, dell’esercizio fisico, della disciplina, insegnata fin dall’infanzia con allenamenti durissimi, del cibo di strada e dei balli di gruppo, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo. Questa è la Cina.

Cina on the road

Da Pechino a Shanghai, passando per Datong, Pingyao e Xi’an. Questo l’itinerario fino al 28 ottobre 2016, dopo 15 giorni di soggiorno nel Celeste Impero.

Da Datong ci siamo spostati a Pingyao, rischiando nuovamente di trascorrere una notte insonne, ma ad un prezzo economico, con il già collaudato “hard seat” (sedile duro…durissimo!!), in un vagone completamente privo di turisti, ma spaventosamente affollato di cinesi.

Riponevamo grandi speranze in questa meta, accuratamente scelta dopo aver letto del suo fascino antico, delle dimore storiche e perfettamente conservate, delle sue stradine tipiche: una vera “perla” e un vanto per l’intero Paese. Camminare all’interno delle mura di Pingyao, nella città “vecchia”, può suscitare piacevoli sensazioni; passaggi piuttosto stretti ed edifici bassi con i tradizionali tetti a pagoda. L’ideale, tuttavia, sarebbe essere dotati di un paraocchi che conceda una prospettiva unicamente frontale, come quella dei cavalli che trainano le carrozze. Allora sì, sarebbe davvero piacevole. Purtroppo, lungo le vie principali, gli spazi coperti sono occupati da shops di ogni genere, una sala videogiochi e un simulatore spaziale, un museo delle cere, bar e locali che, pur essendo davvero alla moda, poco hanno a che vedere con la tradizione cinese. Il cibo è ottimo e in alcuni minuscoli ristoranti, piuttosto grezzi, anche super economico. I locali più grandi, invece, sono tutti molto simili; anche i pannelli con le foto dei piatti sono riprodotti in serie. La zona è chiusa al traffico delle automobili, ma non a quello di piccole macchinine elettriche, che attraversano a folle velocità quest’area, scarrozzando i turisti più pigri.

Il numero di questi mezzi è davvero esagerato e non giustificato da nobili cause, come quella di accompagnare persone anziane, disabili o con difficoltà di movimento. Perdonate l’onestà, questa è stata e rimane la nostra impressione. Un “salto” a Pingyao vi consigliamo di farlo comunque; qui, è vero, potrete ammirare residenze e cortili di un tempo, l’antica banca, il primo istituto bancario moderno di tutta la Cina, il meraviglioso tempio del Confucianesimo e molto altro ancora: insomma, un’enorme quantità di luoghi storicamente interessanti. Peccato per il “contorno” super turistico.

Da Pingyao, ci siamo poi diretti a Xi’an, celebre meta di innumerevoli viaggiatori data la vicinanza ad uno dei siti archeologici più conosciuti al mondo, un gioiello che rimase custodito sottoterra per più di 2000 anni: l’Esercito di Terracotta. Xi’an ha confermato il concetto cui facevamo riferimento qualche riga sopra: sempre meglio vedere con i propri occhi prima di giudicare! Benché un amico di viaggio spagnolo ci avesse detto di non aver apprezzato la città, se non per la visita all’antica reliquia, noi abbiamo avuto un’esperienza differente. Xi’an ci è piaciuta moltissimo!! L’antica moschea Daxuexixiang e il quartiere musulmano hanno una collocazione centralissima ed è piacevole recarvisi soprattutto la sera, per ammirarne l’immensa vitalità e per mangiare ai vari banchetti: banane fritte, ogni sorta di carne allo spiedo e strani frutti verdi. Da qui poi, proseguendo sempre dritto verso sud, s’incontra la meravigliosa “Drum Tower” magicamente illuminata, una “calamita” che attira su di sé sguardi di fotografi esperti e non.

La sera del 27 ottobre siamo andati alla stazione centrale di Xi’an per acquistare il biglietto per Shanghai sul momento. I posti sul treno delle 20.27 erano già esauriti, pertanto abbiamo acquistato quelli per il treno in partenza tre ore dopo. Verso le 22.15 ci siamo spostati nella sala d’attesa della stazione. Il contesto era molto confuso e i passeggeri, con destinazioni differenti, mischiati gli uni agli altri. Quando il gate per accedere al binario si è aperto, la folla ci ha impedito di varcare la soglia e, per una questione di pochi minuti, abbiamo perso il nostro mezzo… PANICO… . Grazie all’aiuto di un uomo che parlava un inglese facilmente comprensibile, abbiamo capito che dovevamo recarci alla biglietteria. Qui ci è stata incredibilmente rimborsata la somma spesa per i tickets; con i soldi ricevuti abbiamo potuto così fare un nuovo acquisto e precipitarci nella nuova sala d’attesa: tutto ciò è accaduto in una sola ora!! Nonostante l’inizio poco promettente, la sera del 28 ottobre siamo arrivati finalmente a Shanghai.

Questa città è davvero enorme, stracolma di grattacieli e palazzi altissimi; basti pensare che nella zona del “Bund”, il cosiddetto “cuore finanziario”, si erge la “Shanghai Tower”, il secondo grattacielo più alto del mondo. Diciamo che per gli appassionati dello shopping e della modernità è un vero paradiso. Noi abbiamo approfittato di questi giorni per dormire un po’ più a lungo del solito e passeggiare nelle zone della “old city” e della “concessione francese”. Nella prima abbiamo ammirato case basse e vecchie, strade strette, piccoli negozi e panni stesi ovunque, anche ai cavi elettrici che si aggrovigliavano sopra le nostre teste. Il contesto ricordava molto quello degli “hutong” di Pechino. La “concessione francese” è un quartiere con edifici di stile europeo, molto tranquillo e piacevole. Vi si trovano un sacco di negozietti con bigiotteria di qualità, vestiti e scarpe alla moda e deliziose caffetterie.

Ma la scoperta migliore per noi è stata Gabriele, amico di un’ amica che vive dalle nostre parti in Italia, pianista di professione e residente a Shanghai da 11 anni. Si è offerto di ospitarci nel suo studio, luogo dove impartisce lezioni di piano a diligentissimi allievi cinesi e ad altri occidentali poco volenterosi. Tra i corsi privati e i concerti nei locali jazz della città, negli anni, Gabriele ha conosciuto il proprietario italiano della pizzeria “La Sosta”, in Hongmei road . La pizza è deliziosa…ancor meglio quando la cena si conclude con un vero tiramisù!! Provare per credere.

Alla Sosta si trasmettono partite di calcio del nostro campionato; è un po’ come il ritrovo al bar del paese. È qui che abbiamo incontrato altri connazionali, “adottati” dalla Cina per questioni di lavoro, forse temporaneamente, forse no. Tutti sentono la mancanza dell’Italia, soprattutto durante il periodo di Natale, anche quando sono ormai passati diversi anni dall’ espatrio.

Con la supervisione di Gabriele, durante la nostra permanenza a Shanghai, abbiamo assaggiato prelibatezze come il piccione arrosto e le zampe di gallina. Dulcis in fundo, la sera di Halloween siamo stati invitati a cena direttamente a casa sua. Abbiamo cosí conosciuto anche la moglie Min Min, hostess di volo, e Leo, 8 anni e un curriculum che vanta ben tre lingue all’attivo (cinese, inglese e italiano)! La tavola imbandita a festa, persone stupende e disponibili a darci informazioni sui luoghi da visitare nei dintorni…qualche insegnamento sulla scrittura e lettura dei caratteri cinesi che Leo stesso sta imparando. Non potevamo chiedere di meglio. I cinesi continuano a dimostrarsi davvero accoglienti ed amichevoli, interessati all’incontro e al dialogo con noi. La cosa fa riflettere… in Italia non facciamo quasi più caso agli immigrati cinesi, abituati come siamo a parlarne più per denunciare la loro “invasione lavorativa e commerciale”, che per cercare di conoscerli veramente come persone con una cultura e una storia differenti.

Cina…due mesi di viaggio

Ieri, 21 ottobre 2016, abbiamo festeggiato i primi due mesi del nostro girovagare per il mondo. Il bilancio, fino ad ora, è positivo: abbiamo visto un sacco di posti, alcuni secondo i nostri desideri pre-partenza, altri scoperti cammin facendo, abbiamo incontrato e parlato con persone di nazionalità diverse, talvolta con non poca fatica, ci siamo avventurati alla scoperta di stili di vita completamente differenti dal nostro. In alcune situazioni, abbiamo anche capito di aver commesso degli errori; diffidate da coloro che vi dicono o scrivono che i treni della Transiberiana e della Transmongolica sono carissimi e vanno prenotati con largo anticipo. I biglietti si possono comprare tranquillamente in loco, risparmiando preziosi quattrini…va bene così, fa parte del gioco ed è anche una bella parte di questo gioco: scoprire viaggiando.

Siamo arrivati a Pechino il 14 ottobre, accolti da un cielo grigio e carico di smog, ma con temperature decisamente più alte di quelle della Mongolia. La Cina è un Paese immenso e benché 30 giorni di visto possano sembrare tanti, da subito ci siamo resi conto che dovremo “correre” per scoprire un numero assai limitato di città: gli spazi e le distanze sono smisurati, gli spostamenti richiedono tempo, senza contare la quantità enorme di persone che affolla le grandi attrazioni. Nonostante ciò, anche noi non abbiamo rimandato l’appuntamento con la Città Proibita e l’elegante Tempio del Cielo, il cui parco è gremito di arzilli e snodatissimi vecchietti che praticano sport, né abbiamo rinunciato all’idea di camminare sulla Grande Muraglia e lungo la tristemente famosa Piazza Tienanmen, accessibile solo in seguito ad un accurato controllo (bisogna farci l’abitudine ai controlli, qui). Abbiamo assaggiato con piacere la prelibata anatra arrosto, tipica di Pechino, e il delicatissimo thè. Ma la cosa che più abbiamo apprezzato è stata “perderci” negli hutong a sud-ovest di piazza Tienanmen. Pechino è una città enorme, abitata da più di 21 milioni di persone; tuttavia non è difficile allontanarsi dalla vie principali per scoprire questi antichi vicoli dove si possono ancora ammirare le tradizionali abitazioni a corte, chiamate “siheyuan”. In principio il termine hutong era utilizzato esclusivamente per indicare l’unione di più “siheyuan”, ma poiché nel tempo gli hutong hanno costituito dei veri e propri sobborghi, attualmente il termine è sinonimo di quartiere.

Le guide turistiche consigliano di visitare i più celebri, come quello di “Nan Luo Gu Xiang”, le cui strade sono piuttosto pulite e ordinate, gli edifici sono stati quasi completamente ricostruiti e si trovano addirittura botteghe d’arte, negozi di abbigliamento, locali alla moda e venditori di cibo di strada, consumato in notevole quantità dai numerosi turisti. Nella zona a sud-ovest della piazza invece, si respira un’aria differente, si percepisce una tranquillità assoluta e più autentica. Non pare vero di essere in città, tanto è il silenzio che pervade questo posto. Le viuzze sterrate s’intrecciano fino a scomparire nei cortili interni delle vecchie dimore, nascoste da panni stesi ovunque e oggetti ammassati; qui si scoprono sale da gioco e locali che cucinano piatti per pochi “Yuan”. Di frequente compaiono i bagni pubblici, in quanto le case degli hutong non sono dotate di servizi igienici. Le persone sorridono e salutano con piacere. È un’oasi di pace che sembra lontana anni luce dalla chiassosa modernità del centro.

Dalla capitale, lo scorso 19 ottobre, ci siamo spostati 300 km in direzione ovest, a Datong, meta piuttosto famosa, ma in realtà scarsamente considerata dai turisti (per lo meno in questa stagione). Il nostro desiderio era quello di visitare le Yungang Caves, un complesso di circa 270 grotte, attualmente solo una cinquantina accessibili, scavate principalmente tra il 460 e il 525, in cui si contano più di 51.000 statue di Buddha, e il Tempio Sospeso. Quest’ultimo è situato nei pressi del monte sacro Heng, a circa un’ora e mezza dalla cittadina, ed è un esempio straordinario dell’architettura cinese e dell’ingegno umano, o meglio di un unico uomo, oltre ad essere un luogo di culto di ineguagliabile valore dato che celebra non solo la religione buddista, ma bensì anche il Taoismo e il Confucianesimo.

A Datong siamo stati piacevolmente appagati da questi due importanti siti storici…ed inoltre abbiamo conosciuto la prima persona grazie alla community di “Couchsurfing”, un servizio di rete sociale che permette di ottenere e/o offrire gratuitamente ospitalità. Pur non avendo due posti letto per la notte, Wang Qi ci ha invitati a cena, preoccupandosi di acquistare tutti gli ingredienti necessari alla preparazione di una gustosissima pasta alle verdure, cucinata abilmente da Stefano. Abbiamo trascorso una piacevole serata in compagnia di questo giovane ventiseienne cinese, amante del tennis e neo studente di lingua italiana, tra un commento alle gare delle ultime Olimpiadi, la lettura di dialoghi che gli sono stati consegnati a lezione e la spiegazione di semplici regole grammaticali. Non ci siamo fatti mancare nemmeno il karaoke, sulle note di una versione femminile di “Con te partirò”… lui molto intonato, noi un po’ meno… Il giorno successivo, l’incontro casuale con un ragazzo, che si prodiga per aiutarci a fare acquisti alimentari a prezzi bassissimi, è l’ennesima prova dell’ottima impressione avuta dal popolo cinese fino ad oggi: tutti si sono rivelati molto disponibili e gentili nei nostri riguardi.

Ieri, esattamente come due mesi fa, ci siamo messi in marcia; questa volta per raggiungere Pingyao, una delle quattro antiche città cinesi che ha preservato il fascino delle passate dinastie Ming e Qing. Per raggiungere la meta, abbiamo azzardato scegliendo di acquistare il biglietto del treno per l’”hard seat”, il sedile duro della terza classe, e dobbiamo ammettere che il nome fa fede alla realtà. Un vagone con persone stipate ovunque, in piedi, nei bagni, oppure coricate in ogni dove, addirittura lungo il corridoio centrale e nelle zone di passaggio tra una carrozza e l’altra: questa è la Cina. Siamo in attesa di scoprire quali avventure ci aspettano.

 

INFORMAZIONI UTILI (quelle che avremmo voluto trovare noi…) :

Raggiungere in autonomia le “Yungang Caves” e il Tempio Sospeso è possibile, senza dover ricorrere ad un tour privato.

-PER LE YUNGANG CAVES (ingresso alta stagione 125¥): di fronte alla stazione centrale dei treni, bus n.603 al costo di 3¥ (solo andata) oppure minibus al costo di 10¥ (chiedere direttamente agli autisti mostrando una foto del luogo).

-PER IL TEMPIO SOSPESO (ingresso alta stagione 125¥): dalla stazione di Dong Yuang, nella zona est della città, bus al costo di 30¥ (solo andata; anche in questo caso è sufficiente mostrare una foto del tempio alla biglietteria). Arrivati alla stazione di Hunyuan, si può proseguire per i restanti 3,5 km circa a piedi, condividendo un taxi per soli 5¥ a testa oppure facendo autostop. Troverete molte persone disponibili!

 

USEFUL INFORMATION (the ones that we wanted to find…):

Going by yourself to the “Yungang Caves” and the “Suspended Temple” is possible, without buy a private tour.

-FOR THE YUNGANG CAVES (high season entrance 125¥): opposite the main train station, take bus n.603 for 3¥ each (one way) or minibus for 10¥each (ask directly to the driver and show to him a photo of the place).

-FOR THE SUSPENDED TEMPLE (high season entrance 125¥): from Dong Yuang station, in the east of the city, take bus for 30¥ each (one way, even in this case show a picture of the temple at the ticket office). Arriving at the Hunyuan station, you can continue for the remaining approximately 3.5 km by walk, sharing a taxi for only 5 ¥ each or by hitchhiking. You will find many people available!

Mongolia del nord: incontro ravvicinato con gli “uomini-renna”

25-27 settembre 2016

Arriviamo a Ulaanbaatar, capitale della Mongolia, dopo una nottata trascorsa a bordo della transmongolica proveniente da Ulan-Udė. Pur appoggiandoci ad un’agenzia, per risparmiare, evitiamo il viaggio su una costosissima jeep privata e il 27 settembre raggiungiamo la cittadina di Mörön con un autobus locale. Qui conosciamo Narengò, l’”uomo di fiducia”di Minjin, incaricato di accompagnarci nella taiga in visita ai suoi famigliari nomadi e allevatori di renne. Le strade che raggiungono il nord sono praticamente inesistenti o ampiamente dissestate e comunque mai asfaltate. Non vi è dunque un regolare traffico di mezzi su questo itinerario. Per tale ragione, prima di poter partire con il nostro pulmino, attendiamo a lungo che sia caricato non solo di merci, ma anche di persone, alla ricerca di un passaggio per questa zona del paese “poco battuta”. Alle ore 19.30, in 11, partiamo alla volta del distretto nei pressi del lago Tsagaanuur. L’autista si limita per lo più a seguire la via già “segnata” dal passaggio di altri mezzi, procedendo con estrema cautela a causa delle numerosissime buche e corsi d’acqua da attraversare. Ogni due ore inoltre, dobbiamo fermarci per consentire ad una giovanissima mamma di allattare il suo bambino di appena un giorno.

28 settembre 2016

Verso le 12.30 del mattino, dopo 15 ore di viaggio e il rilascio di un’autorizzazione speciale per il transito nelle zone a nord, in un territorio molto vicino al confine con la Russia, finalmente ci sistemiamo presso l’abitazione di Narengò e della sua famiglia ad Harmai.

Harmai non è segnata sulle mappe; in questo immenso pianoro situato a pochi km dal lago Tsagaanuur, alcune piccole casette di legno decorano un paesaggio ampiamente popolato da animali: mandrie di cavalli, greggi di capre e pecore e un elevatissimo numero di yak, le famose mucche “pelose”, tipiche della Mongolia. La temperatura è piacevole, all’ora del tramonto il sole si nasconde dietro le montagne, non prima di aver illuminato magicamente le conifere dai colori tipicamente autunnali. La casa di Narengò e della moglie Podre è molto piccola; un unico ambiente scaldato da una stufa a legna e arredato con tre minuscoli letti, un telefono satellitare, alcuni mobiletti, uno dei quali è utilizzato come “piano cucina”, e un’infinità di sacchetti e scatoloni contenenti per lo più cibo confezionato e vestiti. Il bagno è in natura. Il paragone con le nostre case sorge spontaneo; tutto ciò che si ritrova qui è lo stretto necessario alla sopravvivenza: non vi sono foto, quadri, soprammobili, non ci sono né radio, né televisione, nessun oggetto che possa in qualche modo evocare i ricordi della gioventù della coppia o della famiglia. Narengò e Podre hanno quattro figli; con noi però c’è solamente Touchè, un “grillo salterino” di appena 4 anni a cui non dispiace per nulla emulare il padre, soprattutto quando taglia la legna con l’accetta (!!); quella del bambino però è più piccola, perché “ovviamente” adeguata alla sua età (!). Le altre tre figlie di Narengò vivono nella cittadina sulle rive del lago per motivi di studio; la distanza non è eccessiva, ma il lavoro dei genitori renderebbe impossibile il trasporto quotidiano alla scuola. Mentre Narengò è impegnato sui monti con i turisti per i trekking nella taiga o più semplicemente per aiutare i suoi famigliari con le renne, la moglie Podre, ad Harmai, si dedica all’allevamento degli yak. Questa è la vita che conduce la maggior parte delle famiglie qui, fuori dai centri abitati più estesi; dunque i figli restano a casa fino al compimento dei 6 anni, età in cui poi entrano in collegio per rimanervi fino ai 18.

29 settembre 2016

La mattina, verso le 10.30 circa, accompagnati da Narengò, ci mettiamo in marcia in sella alle renne, addentrandoci nella taiga mongola per raggiungere l’accampamento dove attualmente risiedono la madre e i fratelli dell’uomo. Il programma prevede la suddivisione del viaggio in due giorni, con una sosta per la notte presso un insediamento minore, per rendere meno impegnativa la cavalcata…ma la mancanza di comunicazione a volte riserva sorprese inaspettate.

Nel tardo pomeriggio, dopo aver attraversato pianori paludosi, guadato fiumi e risalito sentieri piuttosto ripidi, nella speranza che le renne procedano senza cadute, l’accampamento è ancora un miraggio. La nostra preoccupazione cresce rapidamente, in quanto la stanchezza e il freddo iniziano a farsi sentire con prepotenza e il nostro uomo non è in grado di spiegarci il motivo del ritardo. Verso le 20.30, finalmente compaiono alcune luci che si spengono ed accendono ad intervalli regolari: qualcuno sta inviando dei segnali per indicarci la retta via!! Il buio avvolge tutto ciò che ci circonda; solo grazie alle luci frontali riusciamo a scorgere alcune renne a pochi metri da noi: siamo arrivati a destinazione. La mamma di Narengò ci guida in una grande tenda, dove ci viene offerta una zuppa e la possibilità di chiamare Minjin con un telefono satellitare. La donna, in inglese, spiega che la famiglia presso cui avremmo dovuto pernottare non era più accampata lungo il tragitto (talvolta accadono imprevisti del genere trattandosi di famiglie nomadi), pertanto per Narengò si è reso necessario condurci direttamente al grande accampamento. Chiarito ogni dubbio, due uomini ci accompagnano nella nostra tenda. Tempi duri per la nostra schiena…sotto i sacchi a pelo solo un paio di materassini…

30 settembre 2016

Il rumore della neve ghiacciata annuncia l’inizio dell’ultimo giorno di settembre. I fiocchi cadono all’interno della nostra sistemazione sulla piccola stufa centrale: trattandosi di una tenda simile al “tepee indiano”, presenta un’apertura abbastanza ampia in alto. Uscendo scopriamo il panorama circostante; un vasto pianoro innevato, circondato da cime imbiancate e, su un lato, da un fiume. Gli uomini, ovvero Narengò, i suoi tre fratelli e i due cognati, stanno facendo spostare gli animali sui versanti più alti, ricchi del muschio di cui le renne vanno ghiotte. Il loro ritorno è previsto per il tardo pomeriggio. Le donne sono la madre di Narengò e le 2 sorelle con 4 bambini, 2 femmine di 4 e 6 anni e 2 maschietti di 5 e 9 mesi.

Oltre alla nostra, vi sono altre tre tende; per i pasti il ritrovo è sempre nella stessa, quella della mamma di Narengò. Il contesto è molto spartano; a terra vi sono dei teli che coprono parzialmente il fondo erboso. Il piano dove si prepara il cibo, previa cottura, è costituito da semplici assi di legno poggiate su ceppi. I nomadi hanno a disposizione il telefono, ma anche la televisione. Lampadine collegate a semplici batterie dell’auto, poi ricaricate con pannelli solari, forniscono la luce necessaria ad illuminare l’interno di questo piccolo ambiente. L’alimentazione si basa principalmente su carne di renna, conservata esternamente sotto alcuni teli grazie alle basse temperature, pasta fatta in casa (tipo tagliatelle), riso, pane e formaggio; e poi thè, tantissimo thè con latte di renna, che per noi ha un gusto davvero forte. L’acqua si prende al fiume e poi si fa bollire. Il cellulare non funziona, non c’è Internet e nemmeno un bagno. Per ogni necessità, ciascuno può riscoprire il proprio angolino in natura. Denti e viso si possono lavare al fiume, per il resto ci affidiamo alle solite salviettine. Sarà interessante vedere in che condizioni (igieniche e mentali!) arriveremo alla fine. Inizia a nevicare e gli uomini rientrano con gli animali; alcune renne sono cariche di legna ed è il momento di preparare i ceppi per la notte. Gran parte del lavoro è fatto a mano, con l’accetta, e solamente per i pezzi davvero grandi si utilizza la motosega. I nomadi non usano guanti, tagliano veloci e precisi, con una sicurezza impressionante. Impieghiamo la nostra serata nella “tenda madre”, tra partite di scacchi e la curiosità dei ragazzi più giovani, desiderosi di scoprire i paesaggi e i volti di amici italiani dalle foto dei nostri telefoni. Nella notte, verso le 2.30, il freddo ci sveglia travolgendo il nostro viso, praticamente l’unica parte del corpo non coperta. Dovremo alzarci parecchie volte per fare in modo che il fuoco non si spenga.

01-02 ottobre 2016

La situazione metereologica sta decisamente peggiorando; il vento soffia con forza e piccoli fiocchi di neve pungenti cadono con insistenza. Stamattina avremmo dovuto avventurarci alla scoperta dei laghi qui intorno, ma gli uomini, da quanto abbiamo potuto capire, sono a caccia di lupi che minacciano le loro renne; in ogni caso, il tempo non consentirebbe alcuna uscita. Tutto ciò che possiamo fare è giocare un po’ con le bambine a “SARDINA”.

La giornata trascorre all’insegna delle semplici azioni : prendere l’acqua al fiume, farla bollire, filtrarla e poi aspettare che si raffreddi…decidiamo di concederci anche una specie di “doccia”, rigorosamente all’interno della tenda, utilizzando il catino (lo stesso che ci è stato dato per far bollire l’acqua da bere) e una saponetta alla lavanda. Un po’ alla volta ci si insapona e poi si risciacqua con un mestolino di plastica, facendo attenzione a far ricadere l’acqua nel recipiente, per non bagnare i tappeti che in parte ricoprono il terreno. È come tornare indietro nel tempo…

A cena il menù prevede riso con carne di renna, servito in un elegantissimo secchio di alluminio: non male! Assaggiamo anche i famosi quanto minuscoli pinoli, presi direttamente dalle pigne raccolte dalle donne, che qui come in tutto il resto della Mongolia sono una vera specialità (quando si dice mangiare a km 0). Ci viene offerto del tabacco, da fumare in piccoli pezzi di giornale, e del midollo di renna. Stefano lo assaggia con piacere e mi fa notare quanto sia sana questa carne. Gli animali vivono liberi e si cibano solo di vegetazione naturale, bevono acqua di sorgente e in tutta la loro vita non entrano in contatto con alcun tipo di farmaco o mangime chimico, cosa che invece succede di norma ai nostri polli, maiali e bovini.

La neve intanto continua a cadere.

 03 ottobre 2016

Alle 7 del mattino siamo già svegli per assistere alla mungitura delle renne; non possiamo partecipare in prima persona perché gli animali sono piuttosto inquieti e scalciano.

Nel primo pomeriggio, un debole sole compare tra le nuvole e così, insieme a Narengò, decidiamo di partire per effettuare una breve cavalcata con le renne, finalmente alla scoperta dei laghi circostanti (questa zona è ricchissima di laghi!). Sebbene il clima sia davvero rigido, il panorama è spettacolare. La neve contribuisce a rendere il tutto ancora più magico. Oggi ciascuno può condurre in autonomia la propria renna: è bellissimo! Dopo solo un’ora, ci fermiamo nelle vicinanze di una tenda. Qui vive un uomo con il suo cavallo, è un amico di Narengò: ecco un’ ottima occasione per sorseggiare un thè in compagnia! L’uomo riesce a mettere insieme poche parole in inglese, sufficienti per spiegarci che vive sui monti allevando le renne, mentre sua moglie sta ad Harmai per badare agli yak. Questa è la vita che conducono molte famiglie.

Proseguiamo la passeggiata, anche se purtroppo ha ricominciato a nevicare. La sera decidiamo di anticipare a domani il nostro rientro ad Harmai. Il fattore meteo ci preoccupa non poco, benché i nomadi non siano in grado di comprenderlo. Proprio oggi, una delle sorelle di Narengò, insieme al marito e ai due figli (di 6 anni e 5 mesi!), accompagnati da una ventina di renne, si è messa in marcia per scendere a valle, partendo alle 18, senza preoccuparsi in alcun modo dell’arrivo imminente del buio!!! A tal proposito, scopriamo che anche gli “uomini-renna”, seppur per un breve periodo, abbandonano le alte cime per sostare ad Harmai, in attesa della fine del grande freddo.

04 ottobre 2016

Avete mai cavalcato per 10 ore una renna? Noi pensiamo di non essere stati così a lungo nemmeno in sella alla nostra bicicletta…Oggi, con la discesa ad Harmai, arriveremo ad un totale di ben 23 ore in meno di una settimana! E pensare che, prima dello scorso giovedì, non ne avevamo mai vista una. Sono così docili e morbide; di tanto in tanto è piacevole sfilare i guanti e nascondere le mani nel caldo pelo che avvolge il loro collo. Il rientro è piuttosto traumatico e complicato; il tempo sembra dalla nostra parte, ma ci illude riscaldando lievemente solo la prima ora di marcia. Una nevicata, che in alcuni momenti diventa quasi bufera, cancella ogni speranza di affrontare un tranquillo rientro. Preghiamo che le renne non scivolino, perché sarebbe davvero impossibile proseguire con i vestiti bagnati. Le brevi soste presso alcuni raccoglitori di pinoli nel bosco e altri due uomini, accampati vicino ad un pianoro paludoso, sono gli unici momenti concessi per un po’ di riposo…e soprattutto per scaldare i piedi, la parte del corpo che più sta soffrendo. Oltre ai numerosi strati di vestiti ed il piumino, Narengò ci ha offerto i tipici cappotti mongoli, gli “hurem”, lunghi quasi fino ai piedi e davvero molto imbottiti. Per le calzature invece non è stato possibile reperire nulla della nostra misura. L’ultimo tratto di strada è il più duro, poiché l’aria gelida paralizza le nostre articolazioni. Nel primo buio dopo il tramonto, un gruppo di cavalli al pascolo ci osserva quasi con stupore; sembra la scena di un film.

Arriviamo ad Harmai, alla casetta di Narengò, distrutti; sono quasi le 20 e per fortuna ci attendono Podre, Touchè e una delle figlie, ma soprattutto una stufa accesa e dei buonissimi ravioli preparati in casa.

05 ottobre 2016

Anche a bassa quota il tempo non è stato dei migliori. Minjin ci chiama per avvertire che dovremo attendere fino al 7 l’arrivo dell’autista incaricato di accompagnarci al lago Khövsgöl .

Tuttavia, il fatto di essere gli unici due turisti in questo tour ci offre la grande possibilità di conoscere meglio le dinamiche quotidiane della nostra famiglia mongola. Alle 14 partiamo per la città di Tsagaanuur per  riaccompagnare in collegio la figlia di Narengò, assentatasi da scuola per un giorno per badare al fratello minore. L’edificio del dormitorio è piuttosto bruttino, con i corridoi bui e polverosi; le inservienti impartiscono ordini che non comprendiamo, ma il loro tono non promette nulla di buono e conferisce un’atmosfera ancor più triste a questo posto. Si aprono porte che nascondono stanze minuscole, al cui interno sono ammassati bambini di età piuttosto diverse. Ci guardano incuriositi e divertiti. I letti a castello hanno materassi spessi pochi centimetri e le pareti sono coperte da tappeti colorati. Conosciamo anche le altre due figlie di Narengò e Podre, una di 8 e l’altra di 16 anni; i bambini dimostrano età inferiori rispetto a quelle anagrafiche, a differenza di tutte le persone adulte conosciute, che invece sembrano più vecchie. La pelle è segnata dal sole, dal freddo e dalle fatiche del lavoro. I mongoli stessi ci dicono che la loro vita è praticamente finita intorno ai 60 anni. Narengò e Podre consegnano dei soldi alle figlie, probabilmente per pagare la rata del dormitorio. Le ragazze avvicinano i soldi alla fronte, compiendo il tipico gesto che si usa per ringraziare. Un saluto e un bacio veloce: immaginiamo la stessa scena vissuta da una famiglia italiana. Tra due anni toccherà anche a Touchè e allora la coppia rimarrà da sola: per loro è la normalità, a noi pare impossibile pensare di vivere così.

06 ottobre 2016

Trascorriamo l’ultimo giorno ad Harmai dedicandoci alla pulizia della stalla degli yak e aiutando Podre a mescolare il latte appena munto, che necessita di bollire prima di poter essere consumato. Come sempre, da quando siamo qui, un gran numero di persone entra ed esce dall’abitazione per fare visita o per portare qualcosa; a chiunque varchi la soglia è offerta una tazza di thè, talvolta accompagnato da pane, marmellata o formaggio. Questa è un’abitudine apprezzabile dei mongoli, che si dimostrano davvero accoglienti e capaci di aiutarsi l’un l’altro.

Un uomo fra tutti è particolarmente interessato a noi; vuole conoscere i nostri nomi, la nostra età, se siamo sposati e se abbiamo dei figli. Quando rispondiamo di no a quest’ultima domanda, dice che dobbiamo rimediare subito: i figli si fanno in tenera età! Cerchiamo di sviare la questione (che ci è stata più volte presentata nel corso dei giorni…), distraendolo con le nostre foto: ne è entusiasta. Prima di partire per le alte vette, ci offre l’opportunità di fare una breve passeggiata con un paio dei suoi cavalli che pascolano qui intorno.

07-08 ottobre 2016

Proseguiamo alla volta di Janhai, sulle rive del lago Khövsgöl, dove pernottiamo in una tipica ger mongola; il mattino seguente, scattiamo alcune foto al panorama circostante e infine rientriamo a Mörön. Una notte in hotel e una doccia calda sono quello che ci serve prima di affrontare l’ultimo viaggio in pullman per Ulaanbaatar.

 

COS’ABBIAMO IMPARATO SUI MONGOLI E SUL LORO PAESE?

QUELLO CHE CREDIAMO DI SAPERE…

-I mongoli difficilmente si arrabbiano, preoccupano o perdono il controllo; sono tendenzialmente molto molto tranquilli… anche qualora ci si trovi in mezzo alla taiga, durante una bufera di neve (!).

-Pare che non abbiano mai freddo e non usano guanti.

-Per loro è sempre il momento di mangiare: più mangi, più ti scaldi!

-Ogni scusa è buona per bere un thè in compagnia; non preoccuparti, c’è il tempo per fare tutto, ma soprattutto per fermarsi a bere un thè.

-Girovagando per la Mongolia, s’incontrano più animali che persone.

-I mongoli alzano il dito mignolo per indicare qualcosa che non va bene.