Storia di un ragazzo indiano che si sentiva italiano | Story of a guy who felt Italian

“Ciao, il mio nome è Nilesh. Sono indiano, anzi “indo-italiano”. Potete chiamarmi Nilo.”

Mumbai è una città dalle dimensioni assolutamente inimmaginabili, tant’è vero che rientra tra gli agglomerati con la maggiore densità di popolazione di tutto il globo. L’aria è assai differente da quella che si respira al nord; gli edifici (stazioni ferroviarie, tribunali, università, biblioteche), così come i giganteschi autobus rossi a due piani, i viali alberati e le chiese cristiane ricordano perennemente un passato, neanche troppo lontano, che la volle colonia europea e punto di riferimento per la compagnia delle Indie Orientali. I ragazzi di Mumbai vestono alla moda e impazzano per l’industria cinematografica di Bollywood; i giovani innamorati sognano di celebrarvi le loro nozze da “mille e una notte”.

Ma Mumbai è pur sempre una città indiana e dunque facilmente soggetta alle contraddizioni, o meglio alla naturale convivenza di opposti. Per tale ragione, non stupisce scoprire che qui si trova uno degli “slum” più grandi al mondo.

Abbiamo conosciuto Nilo grazie all’amicizia in comune con Alberto ed Enrico, cuneesi di nascita, ma milanesi d’adozione per questioni di lavoro. Sei anni fa, Nilo si è stabilito a Milano per frequentare una delle migliori scuole di moda di tutto il Bel Paese, prolungando poi la permanenza per cercare di realizzarvi i suoi sogni di giovane fashion designer. L’Italia è stata, però, poco clemente con lui; dopo quattro anni, la negligenza dei datori di lavoro gli ha impedito di continuare a sperare in un futuro di successo nella città dei Navigli. Contributi non pagati, pratiche di richiesta dei documenti bloccate e la consapevolezza di essere lontano da casa da troppo tempo, lo hanno convinto a fare nuovamente i bagagli e rientrare a Mumbai.

Quando racconta la sua storia, ciò che più colpisce di Nilo è la grandissima tranquillità che lo pervade.

Nonostante la fatica, i sacrifici economici e il distacco prolungato dall’India, il ragazzo non nutre alcun risentimento, né rabbia nei confronti dell’Italia. Nemmeno quando parla della morte della nonna o del matrimonio della sorella, eventi ai quali non ha potuto partecipare per l’elevato rischio di non poter rientrare a Milano. No, nemmeno in queste situazioni i suoi racconti rivelano una vena di quella che potrebbe essere una giustificabile irritazione. Milano gli ha regalato un percorso formativo di grande livello, amicizie fraterne con persone provenienti da Stati differenti, esperienze di lavoro faticose e poco retribuite, ma sempre svolte con estrema motivazione personale. E poi serate di musica, cibo italiano, compleanni festeggiati con il tanto amato tiramisù o con una semplice torta margherita; cene indiane preparate con l’accortezza di utilizzare una dose ragionevole di spezie, domeniche di chiacchiere, confidenze, talvolta dispiaceri, soffocati nella piacevole aroma del caffè della moka. Settimane di vacanze presso le grandi famiglie degli amici pugliesi, condite da giornate di mare, pesce e imprecazioni nel dialetto locale. Ecco perché Nilo ama definirsi “indo-italiano”. Più che il rancore e l’alterazione, conserva in lui questi piacevoli ricordi, nella speranza di poter tornare in Italia ed avviare il proprio business con un nuovo “brand”.

Nilo è una persona estremamente pacifica, tanto da essere disposta ad accettare e comprendere quelle che noi definiremmo  “delle sfighe immani”, ma che per lui sono più semplicemente episodi di vita e come tali non è detto che, a lungo termine, siano del tutto negativi.

“Arrabbiarsi, mantenendo dentro di sé tale sentimento, non ha alcuna finalità. Perché dovrei dire a tutti che l’Italia è un Paese… “del cavolo”, che le persone sono disoneste, che promettono e poi non mantengono? Nessuno mi ha obbligato ad andare in Italia; mi è andata male dal punto di vista burocratico, ma sul piatto della bilancia, il peso maggiore è rappresentato sicuramente da ciò che di bello ho trovato lì. In poche parole, le persone e le esperienze che ho condiviso con loro”.

Con il nostro, amico ci siamo aggirati tra le vie di Mumbai, chiacchierando piacevolmente in italiano… qualche informazione turistica, intervallata da tantissimi e reciproci episodi di vita, nozioni di storia della moda e degustazioni di nuove bevande e cibo di strada (come il dolcissimo succo di canna, ricco di zuccheri naturali, che non avevamo ancora provato, e le gelatine di mango). Moltissime le persone che chiedevano, a lui, il permesso per poterci scattare una foto, convinti che si trattasse di una delle tante guide locali.

Nel corso della nostra permanenza a Mumbai, questa volta in solitaria, non ci siamo fatti mancare una visita al famosissimo Dhobi Ghat, un’immensa lavanderia a cielo aperto. I panni erano impossibili da contare: serie di maglie e camicie dello stesso colore, ma anche blue jeans, intimo e indumenti da lavoro che i lavandai passano a raccogliere presso abitazioni o ditte private. E poi vasche, centrifughe elettriche, grandi pacchi di vestiti puliti, profumo di sapone, bidoni dentro i quali si sterilizzano pezze provenienti dagli ospedali, soppalchi di legno che offrono la possibilità di stendere su più livelli. La gente era entusiasta di concedersi una piccola pausa dalla fatica quotidiana, per poter scambiare qualche parola con noi.E perché non provare a stirare un paio di pantaloni, con uno dei loro vecchi ferri pesanti?

Da Mumbai, la “nostra” strada ci ha condotti all’imponente sito archeologico di Ellora, a circa 30 Km da Aurangabad, città scelta come punto di appoggio per una notte. Le cave di Ellora, insieme a quelle di Ajanta (60 km da Aurangabad) sono complessi di grotte dichiarate Patrimonio Unesco. Le prime celebrano tre religioni dell’India, ovvero buddhismo, brahmanesimo e giainismo; le seconde sono esclusivamente buddhiste, ma i dipinti sono più numerosi e in un migliore stato di conservazione. Durante la visita, un’innumerevole quantità di scolaresche, approdate da ogni dove, si è avventata su di noi per immortalare il momento dell’incontro con i “bianchi”: non è stato troppo difficile acconsentire alle loro richieste. Pur riconoscendo la bellezza e l’estrema raffinatezza degli intagli nelle grotte, e la dolcezza dei piccoli “indianini”, abbiamo accusato pesantemente il colpo inferto dal caldo e dalla presenza di troppi turisti. Ecco perché, in seguito a tale tappa, saturi di visite a templi, cave, musei e quant’altro di bello ci sia capitato nel corso della lunga strada percorsa, abbiamo deciso di dirigerci a Goa.

Unico obiettivo, quello di godere del mare e del sole della costa indiana.

Story of a guy who felt Italian

“Hi , my name is Nilesh. I am Indian, well “indo-Italian. You can call me Nilo” .

Mumbai is a city whose dimensions are inimmaginabile and, indeed, it is one of the built up areas with the highest density of population all over the world. The air is very different from the one in the North; the buildings(railway stations, courts, universities, libraries) as well as the huge red double-decker buses, the avenues and the christian churches are constantly reminding us of a past, not too far, in which this city was an European colony and a point of reference for the British East Indian Company. The guys in Mumbai wear fashion clothes and get crazy for the cinema industry of Bollywood; the young lovers dream of celebrating their marriage like “The 1,001 Arabian Nights”.

However, Mumbai is always an Indian city and, so, it is subject to contradictions, or better, a natural coexistence of opposites. For that reason, it is not surprising that here we can found one of the biggest “slum” in the world. We met Nilo thanks to our friends Alberto and Enrico, born in Cuneo, but living in Milan for work. Six years ago, Nilo moved to Milan to attend one of the most prestigious schools of our “Bel Paese”, deciding then to stay longer in order to manage to realize his dreams of young fashion designer. Italy, however, was little merciful with him; after only four years the negligence of his employers stopped him from continuing to hope a successful future in the city of Navigli. Contributions not payed, his application forms for the documents blocked and the awareness of being away from home since a very long time convinced him to package an go back to Mumbai.

When he tells us his story, the most impressive thing is the tranquility that pervades him. Despite the effort, the economical sacrifices and the long time away from India, this guy did not feel resentment, neither rage towards Italy. Nor when he talks about his grandmother ‘s death or the marriage of his sister, to which he both could not attend because of the risk of not being able to come back to Milan. No, neither in these conditions his stories reveal a little inch of irritation. Milano gave him a high -level work experience, close friendships with people from different countries, tiring underpaid works, but always done with a strong personal motivation. And then music nights, Italian food, birthdays with tiramisù or a simple torta Margherita; Indian dinners with a reasonable amount of spices, Sundays made of friend chats, secrets and sometimes bad moments to share, drawn in the marvelous taste of the Italian coffee made with the moka. Holiday weeks spent in Puglia, at friends’ places, sided with days at the seaside, dinner and people swearing in the local dialect. That’s why he define himself as an “indo -Italian” guy. More than rage and irritation, the memories are what is more impressed in his mind, with the hope one time to come back to Italy and start his business with his new brand.

Nilo is an extremely pacific person, as much as what we would commonly define as a great unlucky event, he thinks that these are only episodes in life and nobody can say that these won’t be useful later on in life, so they might not totally be negative.

“Be upset and keeping your feeling inside do have an aim. Why telling anybody that Italy is a “shitty” Country, that people are dishonest, they promise but don’t maintain the promises? Nobody obliged my to go to Italy; it went bad because of the burocracy,  but putting it on the weight, the heaviest side are for sure the beautiful things that I found there. In few words, the people and the experiences that I lived with them”.

With our friend, we wandered in Mumbai ‘s streets, pleasantly talking in Italian.. some touristic information, with some life episodes, fashion tips and stops for tasting and drinking new street- food and drinks (like the very sweet cane juice, rich in natural sugars, that we hadn’t tried before, and mango jellies). Many people asked home the permission to take us a picture, convinced of the fact that he was one of the many touristic guides of the area.

During our visit in Mumbai, this time alone, we didn’t miss the visit at the Dhobi Ghat, an immense open-air laundry.The multitude of linen was impossible to count: t-shirts and shirts of the same color, blue jeans, underwear and also work uniforms that the laundry workers collect from the factories. And then tubs, electric centrifuges, big packages full of cleaned clothes, smell of soap, bins where people sterilize the rags from hospitals, wooden mezzanines that allow people to put the linen to dry in one more level. People were enthusiastic to give themselves a short pause from the daily routine and talk a little with us. And why not trying to iron a pair of trousers with old heavy  flatiron? 

From Mumbai, “our” road brought us to the huge archeological site of Ellora, almost al 30 km from Aurangabad, city that we chose to stay in for one night while we were going to our site. Ellora caves, with the Ajanta ones (60 km from Aurangabad) are  a complex of caves under the UNESCO heritage. The first ones celebrates the first three religions in India: Buddhism, Brahanerism,  Giainism; the second are only buddhist , but there are more paintings and better retained. During our visit, a great number of school students, from all around India, rushed toward us to shot the moment with the “white people”: it wasn’t too difficult to tell them yes. Despite the beauty and the extreme accuracy in the details of the paintings and sculptures, and the cuteness of those Indians, we really felt the incredibly hot weather and the presence of too many tourists. That’s why, after this stop, we couldn’t get enough of temples, caves, museums and what is more beautiful that happened to us in this trip and we decided to head towards Goa.

Only objective: to enjoy the sea and the sun of the Indian coast.

 

 

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